Finalmente oggi, con l’introduzione del reato di sexting e revenge porn nel “Codice rosso” in discussione alla Camera, si colma un vuoto di tutela normativo. Un vuoto che i giudici avevano denunciato da tempo e che non permetteva di difendere al meglio la persona offesa. Dopo che noi parlamentari di minoranza abbiamo battagliato duramente in seguito alla prima bocciatura, ecco finalmente un emendamento firmato da tutti che prevede l’introduzione del reato di revenge porn. Da oggi è introdotta una pena da 1 a 6 anni di reclusione e da 5 mila a 15 mila euro di multa per chi cede, pubblica o diffonde immagini o video sessualmente espliciti, dopo averli realizzati o sottratti. Le pene previste aumentano se il reato è commesso dal coniuge o da persone che sono legate da una relazione affettiva attraverso strumenti informatici. Inoltre, la pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi a danno di una persona in condizioni di inferiorità fisica o psichica, o in stato di gravidanza.
Mai ci siamo divisi in Parlamento su materie di così rilevanza sociale come la violenza domestica e di genere. Quella di oggi è una giornata positiva e di questo dobbiamo esserne fieri. Troppe donne – e sopratutto troppe ragazze – hanno sofferto o pagato anche con la vita questo reato così infame e purtroppo diffuso e taciuto. Ma non pensiamo che sia sufficiente l’introduzione del reato. C’è un grande lavoro da fare, per incrementare la consapevolezza della gravità dei gesti e delle conseguenze, e per combattere le piccole e grandi violenze di genere quotidiane. Adesso, come già segnalato da giuristi, avvocati e associazioni, il Codice rosso ha bisogno di ulteriori modifiche profonde che ci auguriamo vengano accolte. Per questo servono risorse economiche per finanziare progetti educativi e di sostegno delle vittime. Invece, per come è strutturato adesso, il Codice rosso è l’ennesimo provvedimento a costo zero.

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