Qui di seguito, il mio intervento pubblicato oggi su L’Eco di Bergamo a proposito delle politiche sanitarie nazionali.

Nella Giornata mondiale della Salute, l’OMS ha scelto la copertura sanitaria universale come obbiettivo globale da raggiungere entro il 2030, riconoscendo in sistema sanitario italiano  tra i migliori al mondo e, come citato anche dalle ricerca OCSE, ai vertici mondiali per aspettativa di vita e indicatori di salute rispetto alle principali patologie.

Ma accanto a questi riconoscimenti non possiamo dimenticare il divario Nord- Sud e uno dei talloni d’achille del nostro SSN che è la cura ai non autosufficienti (e ai cronici), come ha evidenziato il rapporto Oasi del Cergas Bocconi, alla quale si aggiunge la sofferenza per la spesa del personale, con conseguente invecchiamento dei professionisti del nostro sistema sanitario.

L’allarme sollevato dalla Federazione nazionale ordine degli infermieri (FnOpi) oltre alle carenze dei medici di medicina generale e all’insufficienza delle borse di studio per specializzandi dimostra ancora una volta che la questione del personale è non più rinviabile e che quello che abbiamo fatto per sostenere il SSN non è più sufficiente.

La spesa del fondo nazionale, pur essendo passata dai  109 miliardi di euro ad oltre 113 finanziati nell’ultima legislatura, soffre l’impossibilità di incremento della spesa del personale su cui grava il vincolo della riduzione del 1,4 delle spese rispetto ai costi del 2004, imposto con una norma nel 2012.

Di fatto un taglio a turnover e assunzioni che abbiamo mitigato con le norme dell’ultima legge di bilancio ma sulla quale è obbligatorio intervenire.

Che fare ? Innanzitutto non è più rinviabile dare seguito all’emendamento (presentato a firma mia e del collega Antonio Misiani nell’ultimo bilancio appunto)  che ha permesso  di allentare un po’ quella norma: per la Regione Lombardia è l’equivalente di 50 milioni di euro ‘sboccati’ e disponibili per il personale. Fatto qualche conto molto spannometrico questo significa 800 infermieri e 100 medici in più. Un piccolo sollievo rispetto alle reali esigenze, utile per colmare le situazioni più gravi rispetto alla programmazione della nostra attività sanitaria regionale.

Occorre ora che tutti i partiti si impegnino, nella prossima legge di bilancio, a riconoscere l’investimento nella salute pubblica come una priorità. Fare questa scelta significa accantonare quelle proposte –  in parte davvero velleitarie e irrealizzabili – dichiarate nei programmi elettorali e riconoscere la salute nel suo complesso non solo come spesa ma come investimento per il Paese.

Il che significa investire anche sulla formazione: aumentando l’accesso alle scuole per i medici di medicina generale e di specializzazione medica e finanziando più borse di studio – in questi ultimi anni già raddoppiate rispetto al 2013 –  e delle professioni sanitarie.  Dopo aver risposto alle esigenze del rinnovo dei contratti per il comparto della sanità (ancora all’appello quello delle dirigenza medica) dei medici e pediatri di famiglia, dobbiamo dare reale  attuazione  al  Piano nazionale cronicità ed a quelli regionali.

Per la Regione Lombardia saranno necessari correttivi rispetto all’impianto attuale, come più volte  sollevato anche da FINMG, ma va colmata la carenza del personale su cui sarà necessario l’investimento nazionale e regionale, attraverso risorse aggiuntive, la modifica della norma restrittiva sulla spese per il personale  e l’aumento della proporzione tra medici ed infermieri.

In un Paese tra i più longevi al mondo e con il maggior tasso di denatalità è talmente evidente quali sono i “settori” su cui investire che non possiamo permetterci di sbagliare.

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