Il reddito di cittadinanza, che figura tra le priorità del nuovo governo, presenta tante incognite: non sono solo di natura finanziaria, ma riguardano anche il merito di questa proposta.

Le stime – le più benevoli – asseriscono che per finanziarlo sono necessari 17 miliardi di euro, a cui se ne aggiungono 2 per i centri per l’impiego: arriviamo così a 19 miliardi. Viste le condizioni del debito pubblico italiano e la tenuta dei conti garantita dal ministro Tria all’Ue, le fonti di finanziamento indicate sono state tra le più disparate: dal taglio delle pensioni d’oro all’abolizione dei finanziamenti alle imprese, fino ad un cambio nella programmazione economica europea. Simili ricette non solo appaiono insufficienti, ma minano per esempio l’autonomia delle regioni, che hanno già espresso la loro contrarietà: le risorse europee del fondo Fse 2014 -2020 sono infatti già iscritte nei loro bilanci. In Europa tra l’altro non si trovano strumenti simili al Reddito di Cittadinanza per condizionalità e ammontare del beneficio.

Per uscire dal vicolo cieco il ministro Di Maio in queste ore adombra l’idea di trasformare il Reddito di Inclusione (misura universale di contrasto alla povertà che già c’è: è il ReI istituito dal governo Gentiloni, che a fine anno raggiungerà 2,5 milioni di persone) in uno strumento “di politica economica capace di creare lavoro”, anzi in un mero ammortizzatore sociale, come se bastasse essere poveri per creare lavoro. Ma Di Maio confonde gli strumenti assicurativi da perdita di lavoro – che già esistono – con le misure personalizzate di contrasto alla povertà.

C’è di più: ha pensato di iscrivere d’obbligo tutti i poveri ai centri per l’impiego per aumentare ai fini statistici la forza lavoro disponibile e dunque il Pil potenziale. Il tutto per ottenere – secondo lui – il beneplacito europeo su spazi finanziari a debito. Un artificio contabile, a dimostrazione che i 19 miliardi necessari non ci sono: più che lavoro, il reddito di cittadinanza sembra destinato a generare appunto debito.

Nel merito, gli “effetti collaterali” del Reddito di Cittadinanza sono riassumibili in un aumento del lavoro nero e in un disincentivo alla ricerca di lavoro: se un nucleo familiare di tre persone riceve fino a 1560 euro al mese, perché adoperarsi per emanciparsi dalla povertà e costruirsi una propria autonomia? Il rischio che una persona rimanga inattiva aumenta al crescere del reddito ricevuto nel periodo in cui non si lavora.

Non varrebbe la pena incrementare ed ampliare il Reddito di Inclusione? E’ il cuore della proposta di legge Pd da poco presentata, è ciò che ha chiesto l’“Alleanza contro la povertà”. Si eviterebbe di distruggere l’architrave di servizi e politiche socio-lavorative attualmente esistente. Siamo sicuri che sia saggio ipotecare il futuro delle politiche di welfare sull’altare di un vessillo inattuabile ed iniquo? Credo che non possiamo permettercelo dal punto di vista economico, ma soprattutto credo che non sia giusto per noi e per le giovani generazioni.

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