I lavori della Camera in diretta

Genitorialità, oltre i bonus, riordiniamo le politiche strutturali

L’assenza della proroga del bonus bebè nella legge di bilancio ha giustamente aperto la discussione sulle politiche a sostegno della maternità e paternità. L’impegno del Premier Gentiloni, accanto al nostro di parlamentari PD, per recuperare le risorse necessarie anche rimodulando le politiche esistenti è una importante rassicurazione sulla volontà politica del Governo di proseguire gli aiuti alle famiglie.

L’utilità e l’equità del bonus bebè sono evidenti: per quanto si tratti di un ‘bonus’, questa misura garantisce  la continuità nei tre anni ed una soglia di accesso sulla base della condizione economica (ISEE fino a 25 mila euro che riguarda una fascia ampia di cittadini), oltre alla possibilità di raddoppiare il sostegno economico per le fasce al di sotto dei 7 mila euro, ricomprendendo quindi anche coloro che vengono definiti “incapienti”.

Cio’ detto, in generale non solo una fan delle misure ‘una tantum’; pensiamo ad esempio al “Premio nascita”, 800 euro erogati in occasione della nascita o dell’adozione di un figlio: sono convinta che le nuove famiglie, soprattutto se giovani e con lavori precari, piu’ che di premi offerti indipendentemente dal reddito come ora accade abbiano bisogno della certezza di politiche pubbliche complessive , che non si fermino alla corrispondenza episodica di denaro ma che riconoscano un sostegno alle spese e ai bisogni dei nuclei durante l’arco della crescita dei figli, attraverso l’ accesso ai servizi , la condivisione delle responsabilità e i carichi di cura  e l’agevolazione della conciliazione con la vita lavorativa.

In un Paese con tassi di natalità in forte calo come il nostro,  dove nemmeno la componente dei cittadini stranieri è sufficiente a colmare il gap in cui ci troviamo, la politica dei bonus ha il fiato corto; l’Italia ha bisogno di una diversa politica fiscale, a partire dalla necessità di ricalibrare una no tax area; bisogna superare l’episodicità delle misure creando un pavimento universale di diritti, finanziati dalla fiscalità generale, garantendo alle famiglie il sostegno dei servizi per l’educazione e conciliazione con i carichi di lavoro.

In questi anni abbiamo messo in campo molti strumenti, prima assenti, che sono un mix tra politiche legate ai bonus (bonus bebè, voucher baby sitting, premio nascita e trasferimento di 1000 euro l’anno per il nido) e investimenti strutturali  sui servizi dedicati all’infanzia, a partire dal recente finanziamento di 209 milioni alle Regioni per nidi e materne, al fine di ampliare l’offerta e concorrere ad abbassare i costi delle rette a carico delle famiglie.

Non solo: per favorire la conciliazione lavoro – famiglia siamo intervenuti attraverso l’estensione  del congedo obbligatorio di paternità a quattro giorni, l’utilizzo di quello di maternità per un tempo più lungo, l’introduzione dell’indennità di maternità anche alle lavoratrici iscritte alla gestione separato dell’INPS (prima escluse) e l’eliminazione dell’odiosa pratica delle ‘dimissioni in bianco’, fatte firmare al momento dell’assunzione e utilizzate poi di fronte ad una gravidanza.

Le ricerche dicono due cose importanti: il desiderio di genitorialità viene penalizzato dalla condizione di reddito familiare e le donne, ancora molte donne, abbandonano il lavoro dopo la nascita del primo figlio (il 30% secondo dati Istat 2015). Ma l’occupazione femminile è un leva potente per la crescita del Paese e allora, aggiungo, occorre mettere in campo politiche fiscali che la sostengano.

L’investimento su maternità e paternità deve diventare prioritaria nelle politiche pubbliche, così come lo deve diventare il sostegno alle persone in condizione di autosufficienza, il cui numero è in aumento: perché è in assenza di una riforma del welfare in questo senso, le responsabilità di cura graveranno sempre più sulle spalle delle donne.

In questa legislatura, i governi e il Parlamento hanno messo in campo una stagione riformista che ha visto un impegno prioritario sui temi del welfare. La direzione intrapresa è quella giusta: dobbiamo e vogliamo proseguire mantenendo le famiglie al centro del dibattito pubblico e della politica.