Necessaria una misura universale contro la povertà, fondamentale portare avanti l’iter per il reddito di inclusione

Non lasciamo che l’Italia sia l’unico Paese europeo a non avere una misura universale contro la povertà. L’appello lanciato ieri dall’Alleanza contro la Povertà, composta da 37 tra organizzazioni, enti locali e sindacati,  è più che condiviso. Di più: è un appello che mi sento di sottoscrivere.

I dati sulla condizione di molte famiglie rivelano infatti uno scenario inaccettabile, di fronte al quale la politica deve fare la propria parte. Solo in provincia di Bergamo sono più di 10mila le famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta.  Ai Centri parrocchiali che assistono le persone in difficoltà economica, nel 2015, si sono avvicinate 6.775 persone, 8.770 nel 2011 e 9.263 nel 2008: sempre di più sono gli italiani ad aver bisogno di aiuto. Secondo i dati diffusi dall’Istat la povertà aumenta tra i giovani sotto i 34 anni (l’8,3% contro il 6,7 di due anni fa) e tra gli stranieri (+ 1,7% la quota di popolazione scesa sotto la soglia di sussistenza). Notevole è anche la difficoltà delle persone più anziane: in provincia di Bergamo sono oltre 26mila i pensionati con un reddito inferiore a mille euro lorde al mese, mentre in 11mila percepiscono pensioni inferiori ai 500 euro.

Alcune strategie sono già state messe in campo. Quello del disegno di legge delega sul reddito di inclusione approvato alla Camera il 14 luglio e che ora giace al Senato,  è stato un lavoro lungo e condiviso con molte delle realtà che da anni si occupano di contrasto alla povertà.  E’ pur vero che nell’attesa che il Reddito di inclusione diventi una realtà, il Governo ha completamente ridisegnato il SIA (Sostegno per l’inclusione attiva), già sperimentato nelle grandi città, rendendolo una misura «ponte»  fino all’introduzione definitiva del nuovo strumento, con uno stanziamento di 750 milioni di euro che però copre circa un terzo delle persone in condizione di povertà assoluta.  Se il disegno di legge dovesse essere confermato al Senato nei suoi principi e criteri direttivi, si tratterà di un sostegno economico accompagnato da servizi personalizzati per l’inclusione sociale e lavorativa. Non si tratta di una misura assistenzialistica, di un beneficio economico «passivo»: al beneficiario è richiesto un impegno ad attivarsi, sulla base di un progetto personalizzato condiviso con i servizi sociali e con i servizi per le politiche attive del lavoro, con l’obiettivo di accompagnare il nucleo familiare verso l’autonomia. Ancorché prevista in modo graduale nelle legge delega l’estensione della misura universale, stabilendo che la priorità sono le famiglia con minori (un milione di minori in Italia vivono in condizione di povertà assoluta), sarebbe davvero ingiustificabile abbandonare un lavoro già avanzato e condiviso che mira a stabilire più  equità sociale  utilizzando al  meglio le risorse – 1,2 miliardi di euro nel 2017 e 1,7 miliardi euro nel 2018 – previste nella legge di bilancio da poco approvata. Possiamo assumere  l’impegno di poter concludere parte delle riforma messe in campo dal Governo Renzi per rendere questo Paese più civile,  più giusto e competitivo. La legge delega per il contrasto alla povertà è sicuramente tra quelle che non possiamo buttare nelle ortiche.