I lavori della Camera in diretta

Sostenibilità

Le norme contro gli sprechi alimentari e sulla gestione dei rifiuti

Norme contro lo spreco alimentare

È iniziato in questi giorni nelle commissioni l’esame del disegno di legge di iniziativa parlamentare che contiene «Norme per la limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale».

A livello europeo, la cessione di alimenti a qualsiasi titolo è disciplinata dai Regolamenti CE sulla sicurezza alimentare (Reg. CE 178/00, Reg. CE852/04 e Reg.853/04) che contengono le norme generali e specifiche inerenti le strutture, le attrezzature e la gestione delle fasi di produzione, di trasformazione e di distribuzione dei prodotti alimentari. Risulta invece ancora assente una normativa specifica sulla cessione del cibo a titolo gratuito e sulle politiche di riduzione dello spreco. Il Parlamento Europeo, con la Risoluzione del 19 gennaio 2012 su come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE, ha richiesto un’azione collettiva immediata per  dimezzare, entro il 2025, lo spreco alimentare, prevenendo al contempo la produzione di rifiuti alimentari.

In Italia, la legge 155/2003 (cd. Legge del Buon Sammaritano) ha  equiparato al consumatore finale, in riferimento alla responsabilità derivante da norme di sicurezza alimentare (food safety), le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Ong) che effettuano, a fini di beneficenza, distribuzione gratuita di prodotti alimentari agli indigenti. Rientrano nel campo di applicazione della legge 155/2003  le Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus) che prevedono espressamente nei loro statuti o atti costitutivi la “beneficenza”, così come stabilito dall’art.10 del D. Lgs 460/1997. L’equiparazione al consumatore finale non comprende le fasi della filiera alimentare di produzione e/o trasformazione ed è limitata a quelle di conservazione, trasporto, deposito e utilizzo degli alimenti. In tal modo, i soggetti donatori sono stati sollevati  dal cosiddetto principio della “responsabilità di percorso”, in base al quale era necessario fornire garanzie per il cibo donato (sul corretto stato di conservazione, il trasporto, il deposito e l’utilizzo degli alimenti), anche dopo la consegna alle organizzazioni.

Successivamente, la legge di stabilità 2014 (art.1, commi 236-237, legge 147/2013)  ha operato una distinzione, all’interno dei donatori, fra gli operatore del settore alimentare (OSA), inclusi quelli della ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica, e le Onlus che effettuano, ai fini di beneficenza, distribuzione gratuita agli indigenti di prodotti alimentari ceduti dagli OSA, prevedendo che le Onlus che forniscono alimenti agli indigenti e gli OSA che donano gli alimenti alle Onlus devono garantire un corretto stato di conservazione, trasporto, deposito e utilizzo, ciascuno per la parte che gli compete. Tale obiettivo, secondo quanto previsto dalla stabilità 2014, è raggiunto anche attraverso specifici manuali di corretta prassi operativa, validati dal Ministero della salute, predisposti in conformità a quanto previsto dal Regolamento CE 882/2004.

La regione Emilia-Romagna con Deliberazione della Giunta 24 marzo 2014, n. 367, ha approvato le “Linee guida per il recupero, la distribuzione e l’utilizzo di prodotti alimentari per fini di solidarietà sociale”, nelle quali è specificato che se da un lato non è consentito donare prodotti oltre la data di scadenza indicata col termine “da consumarsi entro il…” tipica dei prodotti deperibili, dall’altro si conviene circa la possibilità di donare e utilizzare prodotti con termine minimo di conservazione (“da consumarsi preferibilmente entro il…”) superato purché sia disponibile la dichiarazione del produttore attestante la conservazione dei requisiti igienico sanitari ovvero la loro commestibilità.

Il recupero dei prodotti alimentari invenduti a fini di solidarietà sociale è tra le misure specifiche previste dal Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti (PNPR)  per la riduzione dei rifiuti biodegradabili. Il 5 giugno 2014 il Ministero dell’Ambiente ha presentato il PINPAS, il Piano nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare che prevede dieci misure per combattere lo spreco: dalle vendite con ribasso del cibo prossimo a scadenza alla donazione dei prodotti invenduti, dagli accordi volontari con le imprese della ristorazione/distribuzione, al’introduzione di criteri premianti negli appalti pubblici dei servizi di ristorazione collettiva per chi distribuisce gratuitamente le eccedenze.

Il PINPAS è stato predisposto con la collaborazione dell’Osservatorio sullo spreco domestico Waste Watcher, promosso da Last Minute Market, società spin off dell’Università di Bologna, che da oltre 15 anni si occupa di prevenzione e ricerche inerenti lo spreco alimentare degli attori pubblici e privati. L’Osservatorio è realizzato in collaborazione con SWG, società di ricerche di mercato, e il Dipartimento Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna. Secondo il Rapporto 2013 sullo spreco domestico di Waste Watcher,  ogni famiglia italiana butta in media circa 200 grammi di cibo la settimana: il risparmio complessivo possibile ammonterebbe dunque a circa 8,7 miliardi di euro. Secondo i monitoraggi di Last Minute Market, inoltre, in un anno si potrebbero recuperare in Italia 1,2 milioni di tonnellate di derrate che rimangono sui campi, oltre 2 milioni di tonnellate di cibo dall’industria agroalimentare e più di 300mila tonnellate dalla distribuzione.

In occasione della seconda Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare, il 5 febbraio 2015, la segreteria tecnico-scientifica del PINPAS ha messo a punto il documento La donazione degli alimenti invenduti. Verso la semplificazione normativa, dove viene sottolineata la mancanza di un quadro regolamentare chiaro ed omogeneo in materia igienico-sanitaria, l’assenza di procedure standardizzate, l’appesantimento burocratico derivante dagli adempimenti di natura fiscale, la generale assenza di incentivi per i soggetti donatori volti a compensare i maggiori oneri derivanti dalla gestione degli invenduti e la ristrettezza della platea dei possibili beneficiari. Molte delle proposte contenute nel documento sono state riprese dalla proposta di legge in esame.

Il 16 giugno 2015 è stato presentato il progetto Foodsaving: innovazione sociale per il recupero delle eccedenze alimentari, finanziato da Fondazione Cariplo e Regione Lombardia e condotto da CERGAS (Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale dell’Università Bocconi) a cui partecipano l’Università Cattolica ALTIS, il Politecnico di Milano, il Banco Alimentare e tre PMI italiane. Il progetto Foodsaving si occupa di studiare le numerose iniziative messe in atto in Italia e in Europa da attori profit e non profit per il riutilizzo a fini sociali delle eccedenze alimentari . Le regioni indagate nel contesto del progetto Foodsaving, appartenenti al World Regions Forum, sono: Lombardia (Italia), Catalunya e Madrid (Spagna), Baden Württemberg (Germania), Rhone-Alpes (Francia).

 

Il disegno di legge

Il disegno di legge è composto da 15 articoli ed è suddiviso in 5 capi.

Il Capo I Finalità, che comprende il solo articolo 1, illustra le finalità del provvedimento.

Il Capo II Misure di semplificazione e di implementazione per la limitazione degli sprechi, artt. 2-9, prevede alcune norme di semplificazione della cessione, a fini di beneficenza, dei prodotti non più adatti alla vendita o rimasti invenduti e detta disposizioni per definire in maniera univoca gli standard e le condizioni utili a consentire l’ulteriore trasformazione dei prodotti alimentari ad alta deperibilità ritirati dal mercato o invendibili per destinarli al consumo umano o animale. Viene inoltre demandata  al Ministero della salute l’armonizzazione delle misure igienico-sanitarie per la donazione delle eccedenze a fini di beneficenza e la definizione di specifici piani di autocontrollo. L’articolo 9 istituisce, nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente, il Fondo nazionale per la ricerca scientifica finalizzata alla limitazione degli sprechi di risorse naturali, con una dotazione iniziale pari a 10 milioni di euro per l’anno 2016. Per gli anni successivi al 2016 la dotazione del Fondo è demandata alla legge di stabilità.

Il Capo III Semplificazioni in materia fiscale, con l’articolo 10 apporta alcune modifiche alla disciplina degli adempimenti connessi alla cessione dei prodotti a fini benefici, affinché si possa godere delle agevolazioni fiscali relative ad IVA e imposte dirette, e  ne coordina l’applicazione con le modifiche introdotte alla legge 155/2003.

Il Capo IV Incentivi fiscali, artt. 11-14, prevede incentivi fiscali per sostenere e promuovere la limitazione degli sprechi favorendo l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale. L’articolo 14 istituisce nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico apposito Fondo, con una dotazione di 10 milioni di euro per l’anno 2016 e di 20 milioni di euro per l’anno 2017, per provvedere all’erogazione dei contributi per l’acquisto di beni mobili da parte delle ONLUS che distribuiscono prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale.

Il Capo V Misure in materia di appalti, con l’art. 15, introduce nel Codice dei contratti pubblici  il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa prevedendo la cessione a titolo gratuito, a fini di beneficenza, delle rimanenze.

Al disegno di legge è allegata la Tabella A.

 

Finalità

L’articolo 1 sottolinea le finalità generali del disegno di legge in esame:

– dare piena attuazione alla direttiva 2008/98/CE;

– adottare il Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti, di cui al decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 7 ottobre 2013, per quanto riguarda i principi volti alla riduzione dei volumi dei rifiuti e alla prevenzione della loro formazione, con riferimento in via prioritaria a quelli biodegradabili;

– rendere operativo il PINPAS, il Piano nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare.

Viene inoltre chiarito che il disegno di legge persegue, al fine di promuovere una transizione verso un’economia circolare, i seguenti obiettivi:

– contribuire alla riduzione degli impatti negativi sull’ambiente e sulle risorse naturali, riducendo la quantità di rifiuti mediante attività volte alla prevenzione della loro formazione e all’estensione del ciclo di vita dei prodotti;

– incentivare cambiamenti nei modelli di produzione industriale mediante l’adozione di nuove modalità organizzative e produttive e le innovazioni nel design dei prodotti;

– favorire il recupero e la donazione dei prodotti invenduti a fini di solidarietà sociale;

– contribuire al raggiungimento degli obiettivi generali stabiliti dal Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti e dal Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare e agli obiettivi di riduzione dello smaltimento in discarica dei rifiuti biodegradabili;

– contribuire ad attività di ricerca, informazione e sensibilizzazione dei cittadini e delle istituzioni sulla limitazione degli sprechi, l’uso consapevole delle risorse e la sostenibilità ambientale.

Il comma 1 richiama l’attuazione della direttiva quadro sui rifiuti (direttiva 2008/98/CE), che ha dettato una serie di rilevanti disposizioni in materia di prevenzione e gestione dei rifiuti e che è stata recepita attraverso modifiche alla parte quarta del D.Lgs. 152/2006 (cd. Codice dell’ambiente).
In attuazione dell’art. 29 di tale direttiva, recepito nell’ordinamento nazionale con l’art. 180, comma 1-bis, del D.Lgs. 152/2006, è stato emanato il decreto 7 ottobre 2013 di adozione e approvazione del Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti  (PNPR) anch’esso richiamato nel comma 1 della proposta di legge.

Il PNPR fissa i seguenti obiettivi di prevenzione al 2020 rispetto ai valori registrati nel 2010:

– riduzione del 5% della produzione di rifiuti urbani per unità di PIL;

– riduzione del 10% della produzione di rifiuti speciali pericolosi per unità di PIL;

– riduzione del 5% della produzione di rifiuti speciali non pericolosi per unità di PIL.

Il Ministero dell’ambiente ha presentato, in data 14 gennaio 2015,  la relazione recante l’aggiornamento del programma nazionale di prevenzione dei rifiuti aggiornata al 31 dicembre 2014.

 

Modifiche alla legge 25 giugno 2003, n. 155

L’articolo 2 reca misure di semplificazione e di implementazione finalizzate alla limitazione degli sprechi. L’intervento legislativo è attuato modificando la legge 155/2003, il cui unico articolo viene sostituito.

Più in particolare, vengono effettuate le seguenti modifiche:

a) l’articolo 1 è sostituito e ne viene modificata la rubrica in  Distribuzione di prodotti alimentari e di altro genere a fini di solidarietà sociale. Conseguentemente viene ampliata la platea dei soggetti autorizzati a effettuare le distribuzioni gratuite e le categorie dei prodotti che possono essere cedute gratuitamente agli indigenti:

– i soggetti autorizzati alla distribuzione dei beni sono equiparati, nei limiti del servizio prestato, ai consumatori finali, per quanto riguarda il corretto stato di conservazione, trasporto, deposito e utilizzo degli stessi. Oltre le Onlus, come definite dall’art. 10 del D.Lgs 460/1997, già precedentemente previste a legislazione vigente, divengono soggetti autorizzati alla distribuzione gratuita:

– le farmacie e le parafarmacie;

– gli esercizi commerciali di cui all’articolo 5, co. 1, del decreto legge 223/2006, ovvero esercizi di vicinato aventi superficie di vendita non superiore a 150 mq. nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 250 mq. nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti; medie strutture di vendita aventi superficie fino a 1.500 mq nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 2.500 mq. nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti; grandi strutture di vendita (GDO);

– i negozi di vendita al dettaglio;

– gli esercizi di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande;

– i comitati di soccorso o di beneficenza e i comitati promotori di opere pubbliche, monumenti, esposizioni, mostre, festeggiamenti e simili di cui all’articolo 39 del codice civile;

– i comuni.

– Le categorie di prodotti che possono essere distribuiti vengono ampliate.  Insieme ai prodotti alimentari, il progetto di legge prevede che possano essere distribuiti:

– i prodotti per l’igiene o la pulizia della casa o della persona;

– i prodotti di abbigliamento;

– i giocattoli;

– i farmaci;

– i prodotti destinati all’alimentazione degli animali;

– i prodotti destinati all’igiene degli animali.

b) al titolo della legge 155/2003, le parole: “dei prodotti alimentari” sono sostituite dalle seguenti: “di prodotti”.

 

Termine minimo di conservazione

Per soli fini benefici o per il sostegno vitale di animali, l’articolo 3 legittima la cessione di prodotti “scaduti” ma considerati dalla legge ancora assolutamente edibili, perché non facilmente deperibili. In particolare, si consente ai soggetti previsti dall’art.1, co.1, della legge 155/2003 (vedi supra i soggetti di cui all’art. 2 del disegno di legge in esame),  e alle Onlus destinatarie di erogazioni liberali per le quali il donatore goda di benefici fiscali, di cui all’art. 13 del D. Lgs. 460/1997, di effettuare cessioni di prodotti alimentari invenduti, il cui termine minimo di conservazione sia superato da un tempo non superiore a trenta giorni, purché sia indicato il tempo utile di consumo. L’intervento legislativo è attuato aggiugngendo il comma 5-bis all’art. 10 del D. Lgs. 109/1992 che disciplina l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari.

Come stabilito dall’art. 10 del D. Lgs. 109/1992, il “termine minimo di conservazione”  è la data fino alla quale il prodotto alimentare  conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione;  esso va indicato con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” quando la data contiene l’indicazione del giorno o con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro la fine” negli altri casi. La “data di scadenza” è, invece, la data entro la quale il prodotto deve essere consumato; viene espressa con la formula “da consumarsi entro”, alla quale fa seguito l’indicazione della data. Trascorsa la data di scadenza, l’alimento è considerato a rischio e – ai sensi dell’art. 14 del Regolamento CE n. 178/2002 – non può rimanere – oppure essere immesso – in commercio.
La Direttiva 2000/13/UE – che ha armonizzato sul territorio Europeo le norme che disciplinano l’etichettatura dei prodotti alimentari – nulla ha disposto sugli alimenti con termine minimo di conservazione decorso.

Il tempo utile di consumo è una dicitura non prevista dal D. Lgs. 109/1992 e che attualmente non appare quindi sulle etichette dei prodotti alimentari. Il contenuto dell’articolo dovrebbe essere quindi meglio precisato.

L’art. 13 del D.Lgs 460/1997 disciplina fra l’altro le cessioni gratuite alle ONLUS dei beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa. La norma stabilisce la totale deducibilità dal reddito, dei costi di produzione o di acquisto delle derrate alimentari e dei prodotti farmaceutici che in alternativa sarebbero stati eliminati dal circuito commerciale. La produzione o il commercio di tali beni devono comunque rientrare nell’attività propria dell’impresa. Sono inoltre totalmente deducili dal redditto, i costi di produzione o di acquisto di tutti i beni non di lusso dell’attività dell’impresa che presentano imperfezioni, alterazioni danni o vizi, che pur non modificandone l’idoneità di utilizzo, non ne consentono la commercializzazione o la vendita, rendendone necessaria l’esclusione dal mercato o la distruzione; ciò qualora il costo specifico sostenuto per la produzione o l’acquisto non sia superiore al 5% del reddito di impresa dichiarato. Anche in questo caso, la produzione o il commercio di tali beni devono comunque rientrare nell’attività propria dell’impresa. Inoltre, l’art. 13 del D.Lgs. 460/1997 stabilisce che  i beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa, se diversi dalle derrate alimentari e dai prodotti farmaceutici,si considerano distrutti agli effetti dell’imposta sul valore aggiunto. Le ONLUS beneficiarie devono attestare, in una apposita dichiarazione da conservare agli atti dell’impresa cedente, il proprio impegno ad utilizzare direttamente i beni in conformità alle finalità istituzionali.

 

Cessione dei prodotti alimentari invenduti

L’articolo 4 disciplina la cessione dei prodotti alimentari invenduti.
In particolare, i prodotti alimentari, a cui il co. 2 dell’articolo in esame si riferisce, rientrano nelle seguenti categorie merceologiche:

a) prodotti ortofrutticoli;

b) frutta secca e funghi secchi;

c) carni e loro derivati;

d) salumi, latticini, prodotti di gastronomia anche in atmosfera protetta nonché pane e prodotti di pasticceria, ad esclusione di quelli di pasticceria fresca contenenti panna o creme.

Nello specifico sono:

– prodotti che costituiscono rimanenze di attività promozionali;

– prodotti stagionali;

– prodotti con data di scadenza prossima;

– prodotti alimentari invenduti, il cui termine minimo di conservazione sia stato superato da non più di  trenta giorni, e per i quali sia indicato il tempo utile di consumo, di cui all’art. 3 del disegno di legge in esame (per il tempo utile di consumo vedi quanto osservato supra);

– rimanenze di test e lanci di nuovi prodotti;

– prodotti invenduti a causa di eventi meteorologici imprevisti e sfavorevoli;

– errori nella programmazione della produzione;

– ordini errati;

– prodotti con danneggiamenti della confezione esterna che non compromettono, comunque, i requisiti igienici e di sicurezza del prodotto.

Sono esclusi i prodotti superalcolici e i prodotti di pescheria freschi.

I prodotti alimentari ritirati dalla vendita in quanto non più conformi ai requisiti aziendali, ma ancora idonei all’alimentazione umana e animale dal punto di vista igienico-sanitario, ai sensi del D. Lgs 109/1992 , e del Regolamento (CE) n. 852/2004, e nel rispetto delle procedure indicate dal co. 236 della legge 147/2013 (stabilità 2014), possono essere ceduti ad associazioni senza fini di lucro e ai comitati di cui all’articolo 39 del codice civile che effettuano la raccolta di alimenti per soli fini benefici o per il sostegno vitale di animali a titolo gratuito.

 

Ritiro dalla vendita e conservazione dei prodotti

L’articolo 5 disciplina le modalità con cui i prodotti vengono ritirati dalla vendita e successivamenti selezionati come prodotti ancora idonei al consumo umano o come prodotti non più idonei al consumo umano e quindi utilizzabili per l’alimentazione degli animali, o da destinare alla restituzione o allo smaltimento.

Ogni esercizio commerciale o, nel caso della grande distribuzione organizzata, ogni reparto, seleziona i prodotti invenduti, di cui all’art. 4 del disegno di legge in esame, immediatamente dopo il loro ritiro dalla vendita.  La selezione è effettuata da personale dell’esercizio commerciale o del reparto appositamente formato, ai sensi dell’art. 6 del disegno di legge in esame, in materia di caratteristiche igienico-sanitarie e legali dei prodotti.  Il processo di ritiro e di selezione dei prodotti deperibili deve essere concluso entro 45 minuti, al fine di ridurre i tempi di sosta fuori dalle celle frigorifere e il rischio di contaminazione tra i prodotti. I prodotti selezionati che risultano ancora idonei al consumo umano, in caso di prodotti non deperibili sono subito depositati in un’area apposita del magazzino, o, in caso di prodotti deperibili, in una cella frigorifera identificata con la dicitura “prodotti destinati al progetto alimentare invenduti”.

I prodotti non più idonei al consumo umano sono depositati in un’area apposita del magazzino o della cella frigorifera, identificata con la dicitura “prodotti non in vendita”. Tali prodotti possono essere:

– ceduti gratuitamente alle strutture pubbliche di detenzione di animali di affezione e alle associazioni di tutela degli animali riconosciute almeno a livello regionale;

– restituiti al fornitore;

– destinati allo smaltimento.

I responsabili degli esercizi commerciali o dei reparti della grande distribuzione adottano le misure necessarie a evitare qualsiasi rischio di commistione o di scambio tra i prodotti destinati ai diversi impieghi (prodotti ancora idonei al consumo umano/prodotti non più idonei al consumo umano da cedere gratuitamente, restituire o smaltire).

 

Piano di autocontrollo e formazione del personale

L’articolo 6 prevede che i soggetti donatori individuino personale da formare sugli adempimenti e sulle procedure da seguire per il recupero dei prodotti alimentari invenduti. Ogni punto vendita che effettua cessioni di prodotti alimentari invenduti deve presentare al comune un piano di autocontrollo redatto secondo i requisiti di cui alla tabella A allegata al provvedimento in esame. La tabella A indica per i diversi reparti (ortofrutta/generi vari/pane e pasticceria/macelleria/Gastronomia e FormaggiLatticiniSalumi) i requisiti di etichettatura dei prodotti, le modalità con cui questi devono essere confezionati e come devono presentarsi.

Il piano di autocontrollo deve indicare anche le procedure di stoccaggio e conservazione delle merci e il personale addetto che ha partecipato ad appositi corsi di formazione regionali tenuti dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura o dalle associazioni più rappresentative a livello regionale degli operatori commerciali al minuto e dei grossisti di prodotti alimentari .

Le regioni sono responsabili dell’individuazione delle materie di studio e delle procedure per lo svolgimento degli esami finali dei corsi di formazione.

 

Prodotti destinati a ulteriore trasformazione

L’articolo 7 demanda al Ministero della salute la definizione univoca degli standard e delle condizioni migliori per trasformare i prodotti alimentari ad alta deperibilità ritirati dal mercato o invendibili in prodotti destinati all’alimentazione umana o animale.

Più in dettaglio, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame, il Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, è incaricato di definire, con regolamento,   i requisiti qualitativi e igienico-sanitari, nonché le proprietà nutrizionali, da garantire nella trasformazione dei prodotti stessi. Tali requisiti e proprietà devono anche essere idonei ad assicurare il minore spreco alimentare possibile in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico.

 

Armonizzazione delle misure igienico-sanitarie per la cessione gratuita dei prodotti invenduti

L’articolo 8 demanda al Ministero della salute l’armonizzazione delle misure igienico-sanitarie per la donazione delle eccedenze a fini di beneficenza e la definizione di specifici piani di autocontrollo.

Il Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza Stato-regioni, con decreto interministeriale adottato entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del provvedimento in esame, stabilisce le linee guida nazionali sui requisiti minimi igienico-sanitari necessari per la cessione gratuita, a fini di beneficenza, dei prodotti di cui alla legge 155/2003, come modificata dall’art. 2 del provvedimento in esame, dei prodotti scaduti ma ancora edibili, di cui all’art. 10, co. 5-bis, del D. Lgs 109/1992, introdotto dall’art. 3 del provvedimento in esame, e dei prodotti invenduti, di cui all’art. 4 del disegno di legge in esame.

 

Fondo nazionale per la ricerca scientifica finalizzata alla limitazione degli sprechi di risorse naturali

L’articolo 9 istituisce, nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente, il Fondo nazionale per la ricerca scientifica finalizzata alla limitazione degli sprechi di risorse naturali, con una dotazione iniziale pari a 10 milioni di euro per l’anno 2016. Per gli anni successivi al 2016 la dotazione del Fondo è demandata alla legge di stabilità.

Una quota non superiore al 10% delle risorse del Fondo è destinata all’ISTAT per la definizione di un progetto volto all’acquisizione dei dati sullo spreco alimentare lungo l’intera filiera dalla produzione al consumo finale.

Il comma 2 elenca le seguenti attività finanziabili mediante le risorse del Fondo:

– progetti territoriali degli enti locali per il recupero e il riuso delle eccedenze e per la limitazione degli sprechi, anche con riferimento ai costi di progettazione e attuazione delle misure di prevenzione dei rifiuti e degli sprechi;

– campagne informative istituzionali per sensibilizzare i cittadini sull’uso consapevole delle risorse e sulla sostenibilità ambientale;

– campagne informative e progetti educativi promossi dallo stesso Fondo e da enti territoriali, istituti scolastici o associazioni, volti a educare la cittadinanza e, in particolare, gli alunni e gli studenti delle scuole primarie e secondarie a un uso corretto delle risorse ambientali;

– altre misure volte a contribuire al raggiungimento degli obiettivi stabiliti nel Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti e nel Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare richiamati dall’articolo 1.

 

Cessione di prodotti a fini benefici e di erogazioni liberali

L’articolo 10 apporta alcune modifiche alla disciplina degli adempimenti connessi alla cessione di prodotti a fini benefici, affinché si possa godere delle agevolazioni fiscali relative ad IVA e imposte dirette.

Per quanto riguarda l’IVA, è elevata a 15.000 euro la soglia di valore oltre la quale vige l’obbligo di alcuni adempimenti di documentazione e comunicazione relativi alla cessione agevolata di prodotti a fini benefici e alle ONLUS; detti adempimenti sono altresì semplificati.

Per quanto riguarda le agevolazioni sulle imposte sul reddito, vengono incluse tra le cessioni agevolate  anche quelle che riguardano i prodotti per l’igiene e la pulizia della casa e della persona. Viene inoltre ampliata l’applicazione soggettiva delle agevolazioni relative alle imposte sui redditi, operanti non solo per le cessioni alle ONLUS, ma anche per quelle effettuate nei confronti di enti pubblici, associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica. Le norme in commento inoltre semplificano gli adempimenti documentali connessi.

Si interviene infine sulle agevolazioni IVA connesse alla cessione gratuita di prodotti alimentari, al fine di ampliarne l’operatività soggettiva ed oggettiva.

La cessione di beni alla cui produzione e scambio è diretta l’attività dell’impresa a fini benefici (ad ONLUS ed altri enti pubblici, ad associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica) è esente da IVA ai sensi dell’articolo 10, comma 1, n. 12 del DPR n. 633 del 1972, purché siano rispettati alcuni specifici adempimenti (di cui all’articolo 2, comma 2, del DPR 10 novembre 1997, n. 441). In particolare, devono essere comunicate al fisco alcune informazioni rilevanti (relative a trasporto, destinazione finale dei beni ed ammontare complessivo) sui beni gratuitamente ceduti se il costo dei beni stessi è pari o superiore a 5.164,57 euro. Deve essere altresì emesso il documento di trasporto ai sensi del DPR n. 472 del 1996. Infine l’ente ricevente deve produrre una dichiarazione che attesti natura, qualità e quantità dei beni ricevuti corrispondenti ai dati contenuti nel documento di trasporto. La mancanza anche di uno solo di questi adempimenti comporta che la cessione si consideri non più esente, ma imponibile a fini IVA tributo.

Per effetto dei commi 1-3 viene elevata a 15.000 euro la soglia di valore oltre la quale vige l’obbligo di comunicazione al fisco della cessione gratuita di prodotti a fini benefici; si chiarisce che detta comunicazione avvenga per iscritto o con modalità telematiche, affidando altresì all’Agenzia delle entrate la definizione delle modalità di comunicazione e disponendo le opportune modifiche di coordinamento con la disciplina vigente.

Il comma 4 interviene sulla disciplina delle cessioni gratuite di beni alle ONLUS ai fini delle imposte dirette, modificando in più punti l’articolo 13, co. 2, del D.Lgs 460/1997. Ai sensi della predetta norma, la cessione gratuita da parte delle imprese di derrate alimentari e prodotti farmaceutici alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa effettuata nei confronti delle ONLUS – in alternativa alla usuale eliminazione dal circuito commerciale – riceve un trattamento fiscale vantaggioso: il valore normale dei beni così ceduti non viene considerato tra i ricavi dell’impresa stessa e dunque non è tassato come tale. Anche questa agevolazione è subordinata al rispetto di adempimenti formali (comma 4 dello stesso articolo 13): l’impresa deve dare comunicazione delle singole cessioni al competente ufficio delle entrate mediante raccomandata A/R, salvo che per le cessioni di beni facilmente deperibili e di modico valore; la  ONLUS deve dichiarare di impegnarsi a usare direttamente i beni ricevuti in conformità alle finalità istituzionali e a realizzare l’effettivo utilizzo diretto; l’impresa deve poi annotare nei registri IVA o in apposito prospetto la quantità e qualità dei beni ceduti gratuitamente in ciascun mese. In caso di mancato adempimento le cessioni di beni in argomento costituiscono ricavi a fini IRPEF e IRES e sono dunque tassate. Per i beni facilmente deperibili e di modico valore, i titolari di reddito d’impresa sono esonerati dall’obbligo della comunicazione preventiva.

Con le norme proposte (comma 4, lettera a), n. 1)), vengono incluse tra le cessioni agevolate alle ONLUS anche quelle che riguardano i prodotti per l’igiene e la pulizia della casa e della persona.
E’ inoltre ampliata la platea dei destinatari di tali cessioni (lettera a), n. 2 del comma 4), nei confronti dei quali è possibile effettuare tali cessioni: si tratta, accanto alle ONLUS, di enti pubblici, associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica.
Le norme in commento inoltre (lettera a), n. 3 del comma 4) condizionano l’applicazione delle cessioni gratuite alla predisposizione di apposito documento di trasporto relativo a ogni singola cessione, avente specifiche informazioni sui beni ceduti, sul trasporto stesso e sui destinatari; sono di conseguenza modificati gli altri adempimenti strumentali per usufruire dell’agevolazione (lettera b) del comma 2, che sostituisce l’articolo 13, comma 4 del D.Lgs. n. 460 del 1997). In particolare, l’agevolazione è condizionata alla sola dichiarazione del beneficiario sull’utilizzo del bene, ferma restando la possibilità, con decreto del Ministro delle finanze, di stabilire ulteriori condizioni per usufruire delle norme di favore. Viene dunque espunto l’obbligo di annotazione mensile sui registri IVA di natura, qualità e quantità dei beni ceduti gratuitamente.

Il comma 5 dell’articolo 10 interviene sulla disciplina dell’IVA relativa ad operazioni di cessione gratuita di prodotti alimentari, a tal fine modificando l’articolo 6, co. 15, della legge 133/1999. Detta norma consente di detrarre l’IVA pagata sui prodotti alimentari non più commercializzati o non idonei alla commercializzazione per carenza o errori di confezionamento, di etichettatura, di peso o per altri motivi similari nonché per prossimità della data di scadenza, se detti prodotti sono ceduti gratuitamente a enti pubblici, associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica e alle ONLUS; la norma li considera infatti distrutti agli effetti dell’imposta sul valore aggiunto.
Con le norme proposte (comma 5 dell’articolo 10 in commento):
viene ampliato il novero delle operazioni che godono di questa agevolazione (lettera a)), in quanto si dispone che esse riguardino anche i prodotti alimentari il cui termine minimo di conservazione sia superato da non più di trenta giorni, nonché prodotti alimentari da distribuire gratuitamente agli indigenti da parte delle ONLUS;
viene ampliato anche il novero dei soggetti cessionari, che possono essere anche enti o associazioni non riconosciute che hanno lo scopo di distribuire prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale (lettera b)).

 

Tassazione dei rifiuti

L’articolo 11 interviene in materia di tassazione sui rifiuti, introducendo un nuovo coefficiente di riduzione della TARES per le utenze non domestiche, secondo un coefficiente determinato dall’ente locale senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Esso è proporzionale alla quantità di prodotti alimentari che si dimostri di aver ceduto allo scopo di distribuzione a fini di solidarietà sociale (secondo quanto previsto dalla legge 155/2003), per soli fini benefici o per il sostegno vitale di animali a titolo gratuito (comma 1).

Si affida alla normativa di rango secondario (comma 2) l’individuazione dei criteri omogenei minimi di agevolazione applicabili dagli enti locali e sono disposte le relative modifiche di coordinamento alle norme regolamentari vigenti.

 

Credito d'imposta per investimenti ambientali e ad alto contenuto innovativo delle imprese

L’articolo 12 riconosce un credito d’imposta per le piccole e medie imprese del settore alimentare e delle bevande che effettuano investimenti ambientali e ad alto contenuto innovativo nel territorio dello Stato.

Il credito d’imposta (comma 1) è riconosciuto “a decorrere dall’anno fiscale in corso alla data di entrata in vigore della presente legge e fino al terzo anno successivo” ed è pari al 15 per cento delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti ambientali effettuati nei cinque periodi di imposta precedenti.

Esso si applica anche alle imprese in attività, anche se con un’attività d’impresa inferiore ai cinque anni, e alle imprese sorte successivamente, con specifiche modalità di calcolo del credito spettante in base alle spese sostenute; l’agevolazione non è cumulabile con altre forme di finanziamento e di incentivo relative al medesimo investimento (comma 2).

Le norme definiscono i cosiddetti investimenti ambientali e ad alto contenuto innovativo agevolabili (comma 3) e, per quanto riguarda la disciplina applicativa, rinviano alle norme sul credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi (di cui all’articolo 18 del D.L. n. 91 del 2014).

Il comma 5 quantifica gli oneri derivanti dal credito d’imposta in 20 milioni di euro per l’anno 2016, in 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018 e in 20 milioni di euro per l’anno 2019, disponendo che vi si provveda mediante corrispondente riduzione della quota nazionale del Fondo per lo sviluppo e la coesione, programmazione 2014-2020, disponendo anche in ordine alle conseguenze di un eventuale scostamento rispetto alle previsioni di spesa.

Si affida al Ministero dello sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il compito di effettuare il censimento degli investimenti ambientali agevolati, con obbligo di presentare una relazione alle Camere (comma 6).

 

Incentivi per l'acquisto di beni mobili strumentali da parte di organizzazioni non lucrative di utilità sociale

L’articolo 13 prevede incentivi per l’acquisto di beni mobili strumentali da parte delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Questi incentivi (comma 1) spettano alle ONLUS che distribuiscono prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale (ai sensi della legge 155/2003) per gli anni 2016 e 2017, ove acquistino in Italia, anche in locazione finanziaria, beni mobili strumentali utilizzati direttamente ed esclusivamente per le predette finalità di distribuzione. Tale contributo spetta nella fino al 15 per cento del prezzo di acquisto, per un importo massimo di 3.500 euro, nel limite delle risorse appositamente stanziate all’articolo 14 del provvedimento in esame. Il contributo è corrisposto dal venditore mediante compensazione con il prezzo di acquisto (comma 2).

Ai sensi del comma 3, le imprese costruttrici o importatrici di beni mobili rimborsano al venditore l’importo del contributo e recuperano tale importo sotto forma di credito d’imposta per il versamento delle ritenute IRPEF per i dipendenti, nonché ai fini dell’IRPEF, dell’IRES e dell’IVA dovute, anche in acconto, per l’esercizio in cui è effettuato l’acquisto. Inoltre (comma 4) si chiariscono gli obblighi di conservazione documentale in capo alle imprese costruttrici o importatrici di beni mobili tenute a rimborsare ai venditori l’importo del contributo.

 

Fondo per l'erogazione dei contributi

L’articolo 14 istituisce (comma 1) nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico apposito fondo, con una dotazione di 10 milioni di euro per l’anno 2016 e di 20 milioni di euro per l’anno 2017, per provvedere all’erogazione dei contributi per l’acquisto di beni mobili da parte delle ONLUS, di cui al precedente articolo 13. Si affida (comma 2) alle norme secondarie la determinazione delle modalità per la preventiva autorizzazione all’erogazione e le condizioni per la fruizione dei contributi, a valere sulle risorse del fondo medesimo.

 

Misure in materia di appalti

All’articolo 15, il comma 1 integra i criteri di valutazione sulla base dei quali si procede all’affidamento delle offerte con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa prevedendo la cessione a titolo gratuito, a fini di beneficenza, delle rimanenze. A tal fine, la norma integra l’art. 83, co. 1, del D.Lgs 163/2206 (Codice dei contratti pubblici).

Come specificato nella Determinazione n. 7 del 2011 dell’allora Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori (ora ANAC), i criteri di valutazione indicati nel Codice, contrariamente a quanto avveniva nella precedente normativa, non sono tassativi, ma suggeriti a titolo esemplificativo, ferma restando la necessaria pertinenza alla natura, all’oggetto ed alle caratteristiche del contratto. Tra i criteri di valutazione elencati nel citato articolo 83 sono altresì incluse le “caratteristiche ambientali”.

(fonte: Servizio studi della Camera dei deputati)

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