«Noi Italia 2015», i dati sulla sanità pubblica

«Noi Italia 2015», i dati sulla sanità pubblica

L’Istat ha pubblicato la settima edizione del rapporto «Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo», che contiene dati relativi agli anni dal 2011 al 2013.

La spesa sanitaria pubblica
La spesa sanitaria pubblica corrente dell’Italia ammonta nel 2012 a circa 111 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil e a 1.867 euro annui per abitante.

La spesa sanitaria pubblica italiana è molto inferiore rispetto a quella di altri importanti paesi europei. A fronte dei circa 2.481 dollari per abitante, in parità di potere d’acquisto, spesi in Italia nel 2012, inferiore alla spesa sostenuta dall’Irlanda (2.628 dollari pro capite) e poco più elevata della Spagna (2.190 dollari pro capite), il Regno Unito spende quasi 2.762 dollari pro capite, mentre Francia e Germania superano i 3.000 dollari, con importi pro capite rispettivamente di 3.317 e 3.691 dollari. Il livello di spesa più alto si registra per i Paesi Bassi (4.375 dollari pro capite), quello più basso per la Polonia (1.065 dollari pro capite).

Le regioni italiane

Nel 2011 la spesa sanitaria pubblica corrente in Italia è stata di 1.849 euro per abitante, abbastanza in linea con quanto osservato per le ripartizioni del Nord-ovest (1.873 euro per abitante) e del Nord-est (1.841 euro per abitante); nettamente al di sopra del valore medio nazionale si colloca la ripartizione del Centro (1.931 euro per abitante), mentre per il Mezzogiorno la spesa pro capite è decisamente inferiore alla media nazionale (1.788 euro); la regione Valle d’Aosta registra la spesa pro capite più elevata (2.221 euro), seguita dalla provincia autonoma di Bolzano (2.199 euro) e dal Molise (2.079 euro); la spesa per abitante risulta più contenuta nel Veneto (1.737 euro), Campania (1.748 euro) e Sicilia (1.755 euro). I livelli di spesa per abitante sono dunque molto variabili, a testimonianza sia di condizioni socio-economiche diversificate, sia di diversi modelli di gestione del sistema sanitario regionale.

Su base nazionale, il 36,4 per cento della spesa sanitaria pubblica corrente è destinato a servizi in regime di convenzione, mentre ben oltre la metà (57,0 per cento) riguarda la fornitura di servizi erogati direttamente. Anche a livello di singola regione si riscontra una prevalenza della spesa per servizi sanitari forniti direttamente, pur osservando una quota più elevata di spesa per servizi in regime di convenzione per le regioni Lombardia (42,9 per cento), Campania (42,0 per cento) e Lazio (42,1 per cento). In Italia, la spesa in convenzione è indirizzata in prevalenza verso l’assistenza farmaceutica (24,4 per cento), l’assistenza medica di base e specialistica (28,4 per cento) e le prestazioni fornite dalle case di cura private (23,5 per cento).

 

La spesa sanitaria delle famiglie
Nell’area europea il finanziamento pubblico dei servizi sanitari rappresenta la scelta prevalente. Nel 2012, le famiglie italiane hanno contribuito con proprie risorse alla spesa sanitaria complessiva per una quota pari al 20,8 per cento, in calo di due punti percentuali rispetto al 2001. La spesa sanitaria delle famiglie rappresenta l’1,8 per cento del Pil nazionale.

Il confronto europeo evidenzia che nel 2012 la quota di spesa sanitaria privata in Italia è pari al 20,8 per cento, più bassa di almeno punto e mezzo rispetto a Francia, Germania e Austria. I paesi in cui i contributi della spesa privata sono maggiori sono Ungheria e Portogallo (con il 38,1 e 37,4 per cento); Grecia e Irlanda registrano una quota di spesa privata di oltre il 30 per cento rispetto alla spesa totale; per contro emerge che i contributi minori sono quelli registrati da Repubblica Ceca (16,3 per cento), Danimarca (14,8 per cento) e Paesi Bassi (14,2 per cento).

La spesa sanitaria complessiva nel 2011 rappresenta l’8,9 per cento del Pil, 1,8 punti percentuali di questa quota sono finanziati con risorse dirette delle famiglie. Il contributo delle famiglie alla spesa sanitaria complessiva risulta in calo tra il 2001 e il 2011, mentre la spesa complessiva si accresce di oltre un punto percentuale nello stesso periodo; questo incremento è stato quindi interamente finanziato attraverso un aumento della spesa pubblica. Il peso della spesa delle famiglie in percentuale del Pil è leggermente più alto nel Mezzogiorno (2,1 per cento) rispetto al Centro-Nord (1,7 per cento), ma la differenza va attribuita soprattutto al divario di reddito tra le due ripartizioni; le regioni in cui la quota è più elevata (superiore ai due punti percentuali di Pil) sono Friuli-Venezia Giulia, Calabria, Molise e Puglia. Considerando invece la distribuzione della spesa sanitaria tra le due componenti, pubblica e privata, il contributo delle famiglie alla spesa sanitaria totale è più basso nel Mezzogiorno (16,7 per cento) che nel Centro-Nord, dove si attesta al 22,4 per cento con una punta del 24,6 per cento nel Nord-est. La maggiore partecipazione delle famiglie alla spesa sanitaria totale si registra in Friuli-Venezia Giulia (28,1 per cento), seguita da Emilia-Romagna (26,4 per cento); le incidenze più basse si rilevano invece per tutte regioni del Mezzogiorno, in particolare Sardegna, Basilicata e Campania. Calcolata per famiglia la spesa sanitaria privata è pari a 949 euro nel Mezzogiorno e a 1.222 euro nel Centro-Nord, ciò conferma l’aspetto legato ai differenziali di reddito tra le ripartizioni.

 

L’offerta ospedaliera
Il settore della sanità in Italia si colloca in un contesto nazionale ed internazionale di crisi economico-finanziaria tale da dover proseguire il ridimensionamento delle risorse a disposizione per l’erogazione dei servizi sanitari, in particolare di quelli a carico del Servizio Sanitario pubblico. Nell’ambito dell’assistenza ospedaliera, l’iter normativo iniziato nel 2004 (art.1 comma 169 della legge n. 311 del 30 dicembre 2004), proseguito nel 2012 (art.15 comma 13c del decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012, convertito in legge n. 135 del 7 agosto 2012), ha fatto un passo in avanti nel 2014, nella Conferenza Stato-Regioni, attraverso l’adozione di un regolamento (del 5 agosto 2014) volto ad avviare la fase applicativa del processo di riorganizzazione strutturale e qualitativa della rete ospedaliera. Tale regolamento prevede che tutte le regioni adottino un provvedimento generale di programmazione per fissare la propria dotazione di posti letto ospedalieri, nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nel triennio 2014-2016, ad un livello inferiore al parametro nazionale che prevede 3,7 posti letto per abitante (di cui 0,7 per la lungodegenza e la riabilitazione).

Per quanto riguarda l’offerta di posti letto ospedalieri, nel 2011 l’Italia (3,4 posti ogni mille abitanti) si colloca al 23° posto. Una dotazione inferiore a quella italiana si riscontra in Spagna, Irlanda, Regno Unito e Svezia.
In generale l’offerta di posti letto ospedalieri sembra dipendere dalle scelte di politica sanitaria e da alcune caratteristiche del sistema sanitario. La maggior parte dei paesi con un’offerta di posti letto superiore presenta un modello organizzativo della sanità ispirato al modello Bismarck o ai meccanismi di libero mercato nella fornitura dei servizi sanitari. Si tratta di paesi in cui il finanziamento dell’assistenza sanitaria avviene principalmente mediante assicurazioni sociali: tra di essi, Germania, Austria e Ungheria che riportano un tasso di posti letto superiore a 7 per mille abitanti.
Tra i paesi in cui prevale invece la fornitura dei Servizi Sanitari nazionali si collocano Italia, Danimarca, Regno Unito, Irlanda, Svezia e Spagna, in cui troviamo una dotazione di posti letto più contenuta. In questi paesi, che hanno sistemi sanitari di ispirazione universalistica di tipo Beveridge, finanziati principalmente tramite la tassazione generale, negli ultimi anni sono stati adottati provvedimenti dello Stato Centrale o dei governi locali volti al ridimensionamento dell’offerta ospedaliera.

Gli indicatori di offerta ospedaliera continuano a presentare una forte tendenza alla riduzione associata sia ad una riduzione di risorse pubbliche e private disponibili, sia alla promozione dello sviluppo di un modello di rete ospedaliera integrato con l’assistenza territoriale in un’ottica più generale di riorganizzazione dell’offerta sanitaria.
Tra il 2002 e il 2011 l’offerta di posti letto ospedalieri utilizzati, in regime ordinario, nelle varie regioni è diminuita: a livello nazionale si passa da 4,3 a 3,4 posti letto per mille abitanti. Nel Centro la riduzione è maggiore con un decremento da 4,8 a 3,3 posti letto per mille abitanti. Nell’arco dei dieci anni le regioni che mostrano una contrazione maggiore nei tassi di posti letto ordinari sono il Lazio, la Liguria, la Toscana e l’Abruzzo.
Anche il numero di strutture ospedaliere è diminuito nella maggior parte delle regioni italiane, passando da 1.286 nel 2002 a 1.120 nel 2011. Particolarmente sostenute le riduzioni in Veneto, oltre il 40 per cento in meno di istituti di cura ospedalieri a partire dal 2004, e nelle Marche, dove è in atto una riorganizzazione del sistema.

 

La mobilità ospedaliera
Il fenomeno della mobilità ospedaliera interregionale è particolarmente rilevante sia in termini quantitativi, sia perché riguarda quei pazienti che, per motivi di varia natura, si ricoverano in una regione diversa da quella di residenza. Nel complesso, le regioni sono interessate da circa 567 mila ricoveri ospedalieri (o dimissioni) di pazienti non residenti (8,4 per cento del totale dei ricoveri ordinari per “acuti” nel 2012) e da oltre 506 mila ricoveri effettuati dai pazienti in una regione diversa da quella di residenza (7,5 per cento, riferito ai soli residenti in Italia). Le motivazioni che conducono ad effettuare il ricovero lontano dalla propria residenza sono diverse. In alcuni casi la mobilità si giustifica con la vicinanza geografica con strutture di altre regioni, oppure dipende dalla presenza dell’assistito in altre regioni per motivi di studio o lavoro. In altri casi le motivazioni sono legate alle condizioni di salute e quindi alla necessità di usufruire di prestazioni di alta specializzazione non erogate dalla propria regione o alla maggiore fiducia nei servizi ospedalieri di altre regioni. I principali poli di attrazione sono concentrati nelle regioni del Centro-Nord.

La mobilità ospedaliera dipende dalla vicinanza geografica, come testimonia l’elevato valore degli indici di mobilità nelle regioni più piccole: Basilicata e Molise, infatti, presentano nel 2012 percentuali dell’indice di emigrazione superiori al 20 per cento. Il valore contenuto della provincia autonoma di Bolzano (4,0 per cento) si spiega con l’emigrazione verso i paesi esteri confinanti.
Oltre a queste realtà territoriali, le regioni con un flusso di emigrazione piuttosto consistente rispetto ai ricoveri effettuati dai propri residenti sono la Calabria (18,3), la Valle d’Aosta (18,0), l’Abruzzo (15,8) e la provincia autonoma di Trento (14,4).

L’esame congiunto dei due indicatori di emigrazione e immigrazione nel piano cartesiano mostra quali regioni, a esclusione di quelle più piccole già descritte in precedenza, compensano positivamente i due flussi e quali, al contrario, sono in deficit. In particolare le prime si trovano al di sotto della bisettrice e sono la Lombardia, l’Emilia-Romagna, la Toscana, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, il Lazio e l’Umbria. Il Molise è l’unica regione del Sud che si posiziona in questa parte del grafico. Le altre regioni del Mezzogiorno, collocate al di sopra della bisettrice, sono la Calabria, che mostra un forte squilibrio e, in misura minore, la Campania, la Sicilia e la Sardegna.

L’indice di attrazione conferma questo dualismo tra alcune regioni del Centro-Nord, che registrano un valore significativamente più elevato di uno, e quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con un indice pari o inferiore a 0,7.

 

L’ospedalizzazione per tumori e malattie del sistema circolatorio
L’ospedalizzazione è di fondamentale rilevanza nella cura della salute, in quanto preposta al trattamento delle malattie gravi; sebbene la quota di spesa sanitaria per questa tipologia di assistenza stia diminuendo nel tempo, continua ad essere una delle voci più consistenti della spesa sanitaria pubblica totale. I tumori e le malattie del sistema circolatorio sono le patologie per cui è più frequente il ricorso all’ospedale e anche quelle per cui è più elevata la mortalità. I ricoveri in regime ordinario (con pernottamento) per queste diagnosi sono diminuiti nel tempo. Tale diminuzione è stata più rilevante per le malattie del sistema circolatorio (-24,0 per cento tra il 1999 e il 2012) che per i tumori (-18,4 per cento nello stesso periodo). Ciò dipende dalla tendenza a trattare queste patologie in contesti assistenziali diversi (day hospital o ambulatori), oltre che da un possibile miglioramento del quadro nosologico. Nel 2012 in Italia si sono registrate circa 705 mila dimissioni (1.184 ogni centomila residenti) per i tumori e 1.237 mila dimissioni (2.078 ogni centomila residenti) per le malattie del sistema circolatorio.

L’Italia conferma la propria posizione a metà della graduatoria Ue (quattordicesima posizione) per quanto riguarda i ricoveri ordinari per malattie del sistema circolatorio e ancora più in basso (diciottesima posizione) per i ricoveri per tumori. La situazione dei singoli paesi è influenzata sia dalla diffusione nella popolazione di queste malattie, sia dall’organizzazione dei servizi sanitari, quindi dalle strutture che si fanno carico del trattamento dei pazienti, che non sono necessariamente quelle ospedaliere con ricovero ordinario. Per i tumori, i tassi di dimissione ospedaliera più bassi si registrano a Cipro (407 ricoveri ogni centomila residenti); seguono Irlanda (771), Malta (858), Regno Unito (891) e Spagna (960). All’estremo opposto si trovano l’Austria, con un tasso pari a 2.908, la Germania (2.457) e l’Ungheria (2.395). Per le malattie del sistema circolatorio i valori oscillano da un minimo di 461 ricoveri ogni centomila residenti a Cipro a un massimo di 4.860 in Lituania.

Nel 2012 l’ospedalizzazione per tumori e per malattie del sistema circolatorio presenta una scarsa variabilità regionale. I tassi di dimissione ospedaliera per tumori sono mediamente più elevati al Centro e in particolare nelle Marche (1.322 dimissioni ogni centomila residenti). Segue il Nord-est, con tassi più elevati in Emilia-Romagna (1.398) e in Friuli-Venezia Giulia (1.382). Le differenze tra uomini e donne sono molto contenute: lo svantaggio maschile è più elevato in Liguria e quello femminile in Basilicata. I tassi di dimissione ospedaliera per malattie del sistema circolatorio sono mediamente più elevati al Centro e in particolare in Umbria (2.324) e nelle Marche (2.297). Anche nel Mezzogiorno alcune regioni presentano tassi di dimissione ospedaliera più elevati della media: il Molise fa registrare il tasso più elevato d’Italia con quasi 2.467 dimissioni ogni centomila residenti, seguito dall’Abruzzo (2.356) e dalla Calabria (2.195). La differenza tra uomini e donne è sempre a svantaggio degli uomini, con un rapporto tra i tassi di dimissione ospedaliera che varia da 1,11 in Basilicata a 1,49 in Lombardia.

 

La mortalità infantile
Il tasso di mortalità infantile, vista la correlazione negativa che lo lega alle condizioni sanitarie, ambientali e socio-economiche, si può interpretare come espressione del livello di sviluppo e di benessere di un paese. Il valore di questo indicatore continua a diminuire su tutto il territorio italiano, raggiungendo valori tra i più bassi in Europa, anche se negli anni più recenti si assiste ad un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, differenze territoriali che vedono il Mezzogiorno penalizzato. Nel 2011 il tasso di mortalità infantile è di 3,1 decessi per mille nati vivi, valore di poco inferiore a quello osservato nel 2010 (3,2).

In tutta Europa si osserva una tendenza alla diminuzione della mortalità infantile, seppur con battute di arresto e oscillazioni. I processi di allargamento dell’Unione, infatti, almeno nel breve periodo, mettono in risalto le differenze nelle fasi e nei tempi dello sviluppo dei diversi paesi. Il livello medio di mortalità infantile nei paesi dell’Ue28 si attesta nel 2012 su un valore di 3,8 decessi per mille nati vivi. Emergono, tuttavia, ancora forti divergenze territoriali e la polarizzazione netta tra Est e Ovest. Tra i paesi con tassi di mortalità elevati spiccano Romania (9,0), Bulgaria (7,8), Lettonia (6,3) e Slovacchia (5,8). L’Italia presenta un valore analogo a quello della Grecia, mentre Repubblica Ceca, Svezia, Lussemburgo, Finlandia e Slovenia registrano i tassi più bassi (inferiore o uguale a 2,6 per mille).

Sebbene il tasso di mortalità infantile italiano si attesti sui livelli dei paesi più avanzati del mondo, non deve essere sottovalutata la forte variabilità territoriale, con un indubbio svantaggio del Mezzogiorno. Nel 2011, infatti, questa ripartizione nel suo complesso presenta un tasso pari a 3,7. Tra le regioni più penalizzate vi sono la Sicilia, la Basilicata e la Calabria che presentano valori superiori a 4 decessi per mille nati vivi. Tra le regioni con i tassi più bassi (inferiori a 2 per 1.000) vi sono la Valle d’Aosta, la provincia autonoma di Bolzano, l’Umbria e le Marche.
La mortalità nel primo mese di vita è responsabile di oltre il 70 per cento della mortalità infantile totale. La geografia della mortalità neonatale è sostanzialmente analoga a quanto osservato per la mortalità infantile.
Dal 1999 si assiste ad una notevole riduzione della mortalità nel primo mese di vita in tutte le ripartizioni geografiche. Il tasso per tutto il territorio italiano diminuisce da 3,6 nel 1999 a 2,2 per mille nati vivi nel 2011. Riduzioni maggiori si osservano nelle ripartizioni del Mezzogiorno (da 4,5 a 2,7 con un recupero parziale del suo svantaggio) e del Centro (da 3,4 a 2,1) rispetto al Nord-ovest e al Nord-est (entrambi con un tasso dell’1,9 nel 2011).

 

Mortalità per malattie del sistema circolatorio
Le malattie del sistema circolatorio, tipiche delle età adulte e senili, rappresentano la principale causa di morte in Italia e nel gruppo dei 28 paesi dell’Ue. Negli ultimi anni, la mortalità per queste malattie è in diminuzione in tutti i paesi europei. In Italia, dove il livello di mortalità è tra i più bassi d’Europa, i tassi sono diminuiti in modo diffuso su tutto il territorio raggiungendo nel 2011 il valore di 29,4 decessi ogni diecimila abitanti rispetto al 30,4 osservato nel 2010. Gli uomini, con un tasso di 36,0 decessi per diecimila abitanti, risultano svantaggiati rispetto alle donne (24,8).

Nel 2010, con 33,5 decessi ogni diecimila abitanti (in base al tasso standardizzato per confronti europei), l’Italia si colloca agli ultimi posti dell’Ue28, dove il tasso medio è di 41,8. Solo in Francia (23,1), Spagna (27,7), Paesi Bassi (29,7), Belgio (31,7) e Regno Unito (32,6) i livelli di mortalità per malattie del sistema circolatorio sono più bassi che in Italia. All’estremo opposto si trovano paesi di nuova adesione e dell’ex Unione Sovietica; le situazioni più allarmanti si riscontrano in Bulgaria, Romania, Lituania, Lettonia e Slovacchia con valori dei tassi più che doppi rispetto alla media europea. Dal confronto con i tassi del 2007, emerge che per tutti i paesi i livelli di mortalità per malattie del sistema circolatorio sono in diminuzione. Mediamente per tutta l’Ue28 il decremento è stato di -4,5 per diecimila (differenza fra il valore del 2010 e quello del 2007). Per l’Italia la diminuzione del tasso è stata di -4,0 per diecimila.

Nel 2011 le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte in quasi tutte le regioni, ad esclusione di Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento, dove la prima causa di morte è rappresentata dai tumori. Dall’analisi della geografia della mortalità emerge uno svantaggio delle province del Mezzogiorno, soprattutto della Campania che, insieme a quelle della Sicilia, risultano particolarmente penalizzate.
Infatti, nelle province di Catania, Agrigento, Siracusa, Caserta, Napoli e Caltanissetta si osservano valori tra il 28 e il 44 per cento superiori rispetto alla media italiana che è pari a 29,4 decessi per diecimila abitanti. I livelli più bassi si osservano nelle province di Bologna, Trento, Cagliari, Aosta, Milano, Rimini, Monza e della Brianza e Firenze dove i tassi di mortalità non raggiungono il valore di 25 decessi per diecimila abitanti. Le differenze di genere a livello regionale confermano il generale vantaggio delle donne.
Per quanto riguarda l’andamento temporale di questo fenomeno, dal 2002 si assiste ad una notevole diminuzione dei livelli di mortalità per malattie del sistema circolatorio in tutte le regioni. In Italia nel suo complesso, il tasso è diminuito di oltre il 27 per cento rispetto al 2002 sia negli uomini (da 49,6 nel 2002 a 36,0 decessi per 10.000 abitanti nel 2011) che nelle donne (da 34,0 nel 2002 a 24,8 decessi per 10.000 abitanti nel 2011).

 

Mortalità per tumori
I tumori rappresentano la seconda causa di morte subito dopo le malattie del sistema cardiocircolatorio, sia in Italia, sia nel gruppo dei 28 paesi Ue. La diminuzione della mortalità per tumore è legata al successo di misure di prevenzione primaria, che influiscono sulla riduzione del rischio di sviluppare la malattia, così come agli avanzamenti diagnostici e terapeutici che aumentano la sopravvivenza dei malati. Nel 2011 il tasso standardizzato di mortalità per tumori in Italia è pari a 25,6 decessi ogni diecimila abitanti, in leggero calo rispetto al valore di 25,9 del 2010. I livelli di mortalità per tumori sono maggiori negli uomini (34,8) rispetto alle donne (19,2) sebbene la mortalità degli uomini stia diminuendo nel tempo più rapidamente di quella delle donne.

Nel 2010 il livello italiano della mortalità per tumori si colloca di poco al di sotto del valore medio europeo (27,3 contro 27,9 decessi per diecimila abitanti). Tra i paesi con i tassi di mortalità più elevati, con valori superiori ai 32 decessi per diecimila abitanti, si trovano Ungheria, Croazia e Slovenia. Cipro, Bulgaria e Finlandia si distinguono per i valori più bassi, inferiori a 24 per diecimila abitanti. Tra il 2007 e il 2010 la maggioranza dei paesi europei mostra una diminuzione dei tassi di mortalità (mediamente -0,8 ogni diecimila abitanti) particolarmente accentuata in Bulgaria (-2,1), Lussemburgo, Polonia, Irlanda, Malta (-1,7), mentre si osservano lievi aumenti in Finlandia (+0,1), Lettonia (+0,3), Romania (+0,8) e Croazia (+0,9).

La mortalità per tumori mostra una geografia simile per i due sessi: il Mezzogiorno presenta tassi standardizzati più contenuti rispetto al Centro-Nord (rispettivamente 24,4 e 26,0 decessi per diecimila abitanti), configurando un differenziale territoriale opposto a quello della mortalità per malattie cardiovascolari. Negli ultimi anni, tuttavia, si osserva una riduzione dell’eterogeneità territoriale. Tra il 2008 e il 2011 il Mezzogiorno presenta infatti un decremento di mortalità minore rispetto al Centro-Nord (-0,3 contro -1,2). La diminuzione dei tassi di mortalità per tumori è dovuta soprattutto al decremento che si osserva tra gli uomini.

Un comportamento anomalo rispetto al contesto del Mezzogiorno si registra in alcune province, tra cui Napoli e Caserta dove si registrano tassi superiori alla media nazionale (rispettivamente 28,9 e 27,5 decessi per diecimila abitanti). Cosenza e Vibo Valentia sono le province con il tasso di mortalità più basso, inferiore a 21 decessi per diecimila abitanti. All’opposto, il valore più elevato si registra nelle province di Pavia, Gorizia e Sondrio (superiore a 29,5). Va poi segnalato che molte province in cui si trovano i maggiori centri urbani sono caratterizzate da tassi di mortalità superiori alla media nazionale: tra queste, oltre a Napoli (28,9), si trovano Roma (27,4), Genova (27,4), Milano (26,5) e Torino (26,5).

 

Fumo, alcol, obesità: i fattori di rischio
Il programma “Guadagnare salute” della Regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), adottato anche in Italia dal 2007, sostiene gli interventi economici, sanitari e di comunicazione, volti a contrastare la diffusione dei principali fattori di rischio, quali fumo, alcol, stili alimentari non salutari e sedentarietà, questi ultimi strettamente connessi all’obesità. Molte delle malattie croniche, tra le principali cause di morte, si possono prevenire adottando stili di vita salutari fin dall’età giovanile. In Italia, nel 2013, con riferimento alla popolazione di 14 anni e più, i fumatori rappresentano il 20,9 per cento, i consumatori di alcol a rischio il 13,4 per cento, mentre l’incidenza delle persone obese risulta pari al 10,3 per cento della popolazione adulta di 18 anni e più.

Per i confronti in ambito europeo si fa riferimento ai dati più recenti diffusi dall’Oecd, considerando i 21 paesi europei aderenti all’Oecd, sulla base di indicatori il più possibile aggiornati e comparabili tra loro. Per l’Italia la percentuale di fumatori sul complesso della popolazione di 15 anni e più è pari al 21,1 per cento. L’Italia si colloca in posizione centrale nella classifica dei paesi che vede nelle prime posizioni Grecia (38,9), Irlanda (29,0), Ungheria (26,5) ed Estonia (26,0). I paesi in cui invece è meno diffusa l’abitudine al fumo sono Svezia (13,1), Lussemburgo (16,0), Finlandia e Danimarca (17,0).

Riguardo alla percentuale di persone obese, calcolata sul totale della popolazione di 15 anni e oltre, l’Italia si colloca tra i paesi con i valori più bassi (10,3), considerando però solo la popolazione adulta (18 anni ed oltre), insieme a Svezia (11,8), Paesi Bassi (12,0) e Austria (12,4). Percentuali più alte si riscontrano invece in Ungheria (20,0), Grecia (19,6), Estonia (19,0) e Slovenia (18,3). I valori particolarmente elevati di Regno Unito (24,7) e Lussemburgo (22,7) risentono anche della diversa fonte utilizzata. L’indicatore, infatti, non si basa sulla dichiarazione di peso e altezza dell’intervistato, come negli altri paesi, ma sulla misurazione diretta delle due dimensioni considerate, ed è noto in letteratura che il dato dichiarato, per gli adulti, comporta una sottostima del fenomeno.

Il consumo di alcol a rischio e l’obesità fanno emergere situazioni contrapposte a livello territoriale. Confrontando le regioni del Centro-Nord con quelle del Mezzogiorno, nel 2013 nelle prime è più alta la quota di consumatori di alcol (14,8 contro 10,8) ed è più bassa quella di persone obese (10,0 contro 11,0). Le percentuali più elevate di adulti obesi si registrano in Basilicata (14,2), Molise (12,7), Abruzzo (12,1), Puglia (12,0), mentre il consumo di alcol considerato a rischio interessa principalmente la provincia autonoma di Bolzano (24,2), Valle d’Aosta (21,0), la provincia autonoma di Trento (17,9) e Friuli-Venezia Giulia (17,8). Per i fumatori, la quota più alta si rileva nel Lazio (23,6), in Umbria (23,1) e in Campania (22,9).

Nel complesso, fumo, alcol e obesità interessano soprattutto gli uomini, con differenze rispetto alle fasce di età: i fumatori raggiungono le percentuali più elevate nelle fasce di età centrali (36,2 tra gli uomini di 25-34 anni e 22,1 tra le donne di 45-54 anni), mentre il consumo di alcol a rischio è più diffuso tra gli anziani di 65-74 anni (42,1 contro il 10,6 delle donne) e tra i giovani di 18-24 anni (23,0 contro l’8,6 delle donne). Infine, l’obesità aumenta dopo i 35 anni, con differenze di genere a svantaggio degli uomini che si riducono tra le persone anziane.

(fonte: Noi Italia 2015 – Istat)

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