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L’immunità a Calderoli sul caso Kyenge: il Pd si spacca

L’immunità a Calderoli sul caso Kyenge: il Pd si spacca

Era sul palco della festa leghista di Treviglio e chissà come gli era venuto di lanciarsi in paragoni spericolati […]. Da quella sera di luglio del 2013 addosso al vicepresidente del senato leghista Roberto Calderoli è piovuto di tutto: non solo quella che lui considera la macumba del padre dell’allora ministro per l’Integrazione ma anche una marea di critiche. Alla fine lui si era scusato con la diretta interessata e, in Aula, con il resto dei senatori. Ma i pm di Bergamo Gianluigi Dettori e Maria Cristina avevano ormai aperto un fascicolo per diffamazione aggravata dall’odio e dalla discriminazione razziale.
Dopo il via libera alla richiesta di giudizio immediato, nell’ottobre scorso il processo si è fermato in attesa del parere della Giunta delle immunità del Senato. Che è arrivato giovedì: niente autorizzazione a procedere, perché nelle parole di Calderoli «non si ravvisano istigazione al razzismo, né diffamazione». Il fatto che il voto sia arrivato con contrarietà dei soli Cinquestelle e voto favorevole dei Pd (partito della Kyenge) fa infuriare molti degli altri parlamentari targati dem. A partire dalla deputata Pia Locatelli, che all’epoca firmò una richiesta di dimissioni di Calderoli (da cui ieri non è stato possibile avere un commento): «Questa vicenda è inaccettabile. Lo è per quelle parole, perché in politica bisogna avere il massimo rispetto degli avversari senza arrivare a queste bassezze ispirate al peggiore razzismo. Soprattutto se si ricoprono certe cariche. E poi c’è totale disaccordo con i colleghi del Pd che hanno votato in quel modo, anche se resto dell’idea che gli avversari si devono affrontare in modo politico e non giudiziario».

Ma in mezzo a un mondo Pd romano che ruggisce la propria disapprovazione (annunciando un ribaltamento della decisione quando la vicenda arriverà al Senato) i deputati bergamaschi vengono colti di sorpresa dalla vicenda. Elena Carnevali nemmeno ricorda di avere firmato la richiesta di dimissioni insieme Locatelli: «Quelle di Calderoli erano state parole vergognose. E mi dispiace il voto espresso dai colleghi di partito». Ad Antonio Misiani la notizia bisogna raccontarla: «Penso che le sentenze non si debbano commentare, ma che Calderoli debba chiedere scusa per quella frase stupida: non si deve mai perdere la buona educazione. I pd che hanno votato a favore hanno sbagliato». Cauto Giovanni Sanga: «Non mi esprimo sul merito della decisione perché non conosco gli atti. Certe che le frasi di Calderoli mostrano una preoccupante pochezza politica e culturale». Sorpreso anche il segretario provinciale dem Gabriele Riva: «Calderoli lo conosciamo, non ha rispetto per l’avversario e nemmeno per le istituzioni. Non approvo il voto dei membri pd della Giunta ma sono anche contrario al processo: considero chiusa la vicenda con il gesto signorile della Kyenge che ha accettato le scuse di Calderoli». […]

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«Corriere della Sera – Bergamo», 7 febbraio 2015

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