I lavori della Camera in diretta

Sostegno a occupazione femminile e conciliazione vita-lavoro per uomini e donne

Sostegno a occupazione femminile e conciliazione vita-lavoro per uomini e donne

La Camera,

premesso che:

– il consolidamento e la affermazione della cultura di parità, delle pari opportunità e dei diritti delle donne sono entrati, negli ultimi anni, di diritto, tra le priorità e tra gli obiettivi strategici per l’azione del Governo italiano e delle istituzioni internazionali ed europee, affermandosi come importante principio trasversale delle politiche pubbliche;

– nel marzo 2011 il Consiglio diritti umani ha approvato all’unanimità la Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla educazione ai diritti umani: un risultato di grande rilievo, per il quale l’Italia ha svolto un ruolo propulsore di primo piano. La dichiarazione costituisce un riferimento importante, poiché fissa in modo chiaro le definizioni, i princìpi, gli strumenti e gli obiettivi dell’educazione ai diritti umani: il precipitare degli eventi nel quadro internazionale al quale stiamo assistendo ci richiama però, con forza, a rimettere al centro della discussione pubblica, anche in occasione del semestre europeo, la necessità che il nostro Paese si faccia promotore dello sviluppo, da parte dell’Unione europea, di una strategia complessiva sui diritti umani, strategia che può essere meglio applicata attraverso l’azione sinergica di tutti gli attori dell’Unione;

– il Consiglio dell’Unione europea, in attuazione della Strategia comunitaria «Europa 2020», ha approvato, il 21 ottobre 2010, il cosiddetto «pacchetto occupazione» (decisione sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione, 2010/707/UE), con il quale l’Unione europea invita gli Stati membri ad adottare misure in grado di «aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e combattere la segmentazione, l’inattività e la disuguaglianza di genere, riducendo nel contempo la disoccupazione strutturale»;

– il Parlamento europeo, il 19 febbraio 2013, ha inoltre approvato una risoluzione sull’impatto della crisi economica sull’uguaglianza di genere e i diritti della donna (2012/2301(INI)), con la quale si invitano gli Stati membri ad «esaminare con grande serietà la dimensione della parità di genere» nel «gestire la crisi e nell’elaborare soluzioni», nonché «a rivedere e a focalizzarsi sull’impatto immediato e a lungo termine della crisi economica sulle donne, esaminando in particolare se, e in che modo, essa accentua le disuguaglianze di genere esistenti, e le relative conseguenze»; la risoluzione del Parlamento europeo mette, inoltre, in evidenza il doppio impatto negativo che la crisi sta producendo sulle donne europee: un effetto «diretto», «con la perdita del posto di lavoro, i tagli salariali o la precarizzazione del lavoro» ed un effetto «indiretto», quale conseguenza «dei tagli di bilancio ai servizi pubblici e agli aiuti sociali»;

– il 5 marzo 2010 la Commissione europea ha presentato la «Carta delle donne», un documento con il quale rafforza il suo impegno a favore della parità fra uomini e donne entro i successivi cinque anni; è necessario registrare e apprezzare un cambiamento che, nel nostro Paese, ha visto le donne protagoniste di significativi passi in avanti in termini di una sempre maggiore presenza nelle istituzioni, nella vita economica e in quella sociale e politica: tale partecipazione, pur offrendo uno straordinario contributo alla crescita del Paese è ancora però distante dagli obiettivi europei;

– è per questo che appare fondamentale e strategico «approfittare» di questo movimento positivo per contrassegnare il semestre europeo a Presidenza italiana come centrale per il tema della parità e dell’occupazione femminile;

– il programma della Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea prevede, infatti, in materia di pari opportunità, in vista del XX anniversario dell’adozione della Dichiarazione di Pechino e della relativa Piattaforma d’azione (PAP), una valutazione approfondita dell’attuazione dal 2010 del lavoro volto a conseguire gli obiettivi nelle dodici «aree critiche» del PAP, nel contesto delle priorità e degli obiettivi politici dell’Unione europea, al fine di presentare una situazione aggiornata e indicare i risultati, le lacune e le sfide future per ciascun settore a livello sia europeo che nazionale; da tale valutazione dovrebbero derivare raccomandazioni per ulteriori azioni volte a promuovere la parità di genere nell’Unione europea, che serviranno come base utile per la definizione degli obiettivi per lo sviluppo post-2015;

– per affrontare l’impegnativa sfida ad incrementare l’occupazione femminile è necessaria una valutazione attenta dell’impatto che la crisi economica e sociale in atto sta producendo sulla situazione occupazionale e sulla qualità della vita delle donne italiane: è da tempo noto, infatti, che il sistema economico italiano è caratterizzato da un basso grado di coinvolgimento della popolazione femminile in età attiva nel mercato del lavoro, un dato molto distante da quello dei Paesi dell’Unione europea comparabili al nostro per livello di sviluppo economico, e gli effetti prodotti dall’andamento marcatamente negativo del ciclo economico, guidato dalla caduta della domanda, si sono riflessi in un peggioramento diffuso delle grandezze più rilevanti del mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione ha toccato il 12,6 con un incremento dello 0,5 per cento nei 12 mesi e si sono anche fortemente ridotte le possibilità quantitative e qualitative di accesso al mercato del lavoro per gli inattivi, in larga parte giovani e donne;

– secondo il Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum l’Italia si attesterebbe al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere: tale graduatoria, stilata ogni anno, valuta la disparità di genere di ogni paese in base a quattro criteri principali: partecipazione economica, livello di istruzione, politiche di empowerment e rappresentanza nelle strutture decisionali, salute e sopravvivenza. L’Italia sebbene abbia ottenuto un miglioramento rispetto al 2012 si attesta ad un livello inferiore rispetto ai principali paesi europei come Germania, Francia, Inghilterra, e altro;

– il Rapporto 2014 dell’ISTAT, pubblicato lo scorso marzo, inoltre, ha restituito una fotografia a dir poco inquietante dello stato dell’occupazione femminile in Italia; i dati riportati sono infatti decisamente allarmanti: nel 2013 il tasso di occupazione femminile si attesta al 46,5 per cento segnando un ulteriore calo rispetto al dato 2012 (47,1 per cento) contro il 58,7 per cento della media Ue28 (59,8 Ue15). Il 2013, a differenza della ripresa dell’occupazione femminile registrata nel 2012 rispetto al 2011, evidenzia un calo dell’1,4 per cento rispetto al 2012;

– il tasso di occupazione delle madri è pari al 54,3 per cento, mentre sale al 68,8 per cento per le donne in coppia senza figli: particolarmente accentuati sono i divari territoriali: nel Mezzogiorno le madri occupate sono il 35,3 per cento contro il 66,4 per cento del Nord e il 61,5 del Centro;

– seppure sia stata rilevata una lieve crescita del tasso complessivo di occupazione femminile, il dato suggerisce preoccupanti dinamiche negative, quali fenomeni di isolamento professionale, incremento di posizioni a bassa qualifica, una ricomposizione a favore di età più anziane quale conseguenza delle riforme pensionistiche: la quota di donne occupate in Italia rimane ancora di gran lunga inferiore a quella dell’Unione europea, si concentra in poche professioni e si associa a fenomeni di sovraistruzione crescenti e più accentuati rispetto agli uomini, anche l’aumento dell’offerta di lavoro femminile che si sta producendo nel periodo più recente è, più che un cambiamento profondo dei modelli di partecipazione, il risultato di nuove e diffuse strategie familiari volte ad affrontare le difficoltà economiche indotte dalla crisi;

– sia dal rapporto ISTAT 2014 che dal rapporto BES 2014 (Benessere Equo e Sostenibile) presentato il 26 giugno 2014 le gravi difficoltà di conciliazione che incontrano le donne, in particolare quelle che continuano a lavorare dopo il parto, così come le laureate, le donne in età più avanzata, le dirigenti, le imprenditrici e libere professioniste: la quantità di ore di lavoro, la presenza di turni o di orari disagiati (pomeridiano o serale o nel fine settimana) e la rigidità dell’orario sono indicati da più di un terzo delle occupate come gli ostacoli prevalenti alla conciliazione: per le donne meno istruite risulta un impedimento anche l’eccessiva fatica fisica, mentre sulle più istruite gravano anche l’eccessiva distanza da casa, l’elevato coinvolgimento e le frequenti riunioni o trasferte. La disponibilità di persone o servizi cui affidare i bambini è un requisito imprescindibile per entrare o restare occupate. Le lavoratrici con figli di circa 2 anni si avvalgono principalmente dell’aiuto dei nonni (poco più della metà nel 2005 e nel 2012) o ricorrono al nido, pubblico o privato, con un deciso incremento rispetto al 2005 (35,2 per cento, contro il 27,4 per cento);

– inoltre, nel 2013, le famiglie sostenute da una sola fonte di reddito da lavoro (famiglie monoreddito) sono in tutto 7 milioni 311 mila (+11,7 per cento rispetto al 2008; di cui 50 mila in più nell’ultimo anno). Nel 2013, quelle sostenute dal solo reddito femminile sono il 12,2 per cento, contro il 9,4 per cento del 2008. Sebbene in due casi su tre l’unico reddito da lavoro provenga ancora da un uomo, nell’ultimo quinquennio la crescita delle famiglie con un solo occupato è imputabile quasi esclusivamente all’aumento delle famiglie in cui l’unica persona occupata è una donna;

– dall’inizio della crisi economica e finanziaria, il ritmo di crescita dell’occupazione femminile nelle professioni non qualificate è più che doppio rispetto a quello degli uomini e più che triplo nell’ambito delle professioni che riguardano le attività commerciali e i servizi. Le professioni a cui hanno accesso sono soprattutto commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie (1 milione 737 mila unità, 18 per cento del totale dell’occupazione femminile);

– il nostro Paese risulta tra quelli maggiormente segnati da tale «doppio impatto negativo», soprattutto con riferimento alle ripercussioni della riduzione della spesa per i servizi alla persona: solo il 12,7 per cento circa dei bambini italiani frequenta gli asili nido (a fronte di una media superiore al 40 per cento di Belgio, Norvegia, Danimarca, Svezia, Francia, Paesi Bassi); la percentuale di donne che dichiara di lavorare part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari risulta del 33 per cento contro una media OCSE del 24 per cento (dati OCDE); il 40,8 per cento delle lavoratrici donne dichiara di aver abbandonato il lavoro dopo la nascita del primogenito, mentre il 5,6 per cento ammette di aver rinunciato alla propria vita professionale per dedicarsi alla famiglia o alla cura di parenti non autosufficienti (dati ISFOL);

– va considerata inoltre un’elevata sperequazione salariale legata alla differenza di genere: in media, la retribuzione netta mensile delle dipendenti resta inferiore di circa il 20 per cento di quella degli uomini (nel 2012, 1.103 contro 1.396 euro). In una carriera spesso contraddistinta, oltre che dalla maggiore presenza dei fenomeni di sovraistruzione, anche da episodi di discontinuità dovuti alla nascita dei figli, il differenziale salariale a sfavore delle donne aumenta con l’età, soprattutto per le laureate, svantaggio che si riduce solo nei casi di istruzione post laurea fino a rendere la differenza retributiva tra donne e uomini non più significativa;

– il riconoscimento della parità di genere non è solo una questione di diritti, ma soprattutto un investimento per il sistema Paese; l’occupazione femminile rappresenta un fattore produttivo che può fortemente contribuire alla crescita e allo sviluppo economico del Paese. Infatti, le ultime proiezioni della Banca d’Italia confermano che se fosse possibile aumentare il tasso di occupazione femminile al 60 per cento ciò comporterebbe un aumento del 9,2 per cento del PIL, a produttività invariata, e del 6,5 per cento se si considera l’effetto depressivo sulla produttività (minore qualificazione forza lavoro, rendimenti decrescenti): sulla stessa linea sono i dati pubblicati da Goldman Sachs, che evidenziano come il raggiungimento della parità di genere porterebbe a un aumento del PIL del 13 per cento nell’Eurozona e del 22 per cento in Italia; nella relazione della Commissione europea, pubblicata ad aprile 2012, sulla parità di genere, si asserisce che un maturo progresso verso la parità tra uomini e donne stimola la crescita economica: «per raggiungere l’obiettivo Europa 2020, di un tasso occupazionale del 75 per cento della popolazione adulta entro il 2020, i Paesi membri devono promuovere maggiormente la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Un modo per accrescere la competitività dell’Europa consiste nel conseguire un migliore equilibrio tra uomini e donne nei posti di responsabilità in ambito economico. Vari studi hanno dimostrato che la diversità di genere apporta notevoli benefici e le aziende con una percentuale più alta di donne nei consigli di amministrazione sono più performanti rispetto a quelle guidate da soli uomini»;

– è necessario che il nostro Paese si doti al più presto delle misure necessarie in materia di conciliazione familiare: asili nido, servizi per gli anziani, incentivi per lo sviluppo del settore privato dei servizi alla famiglia promuovendo un’offerta di qualità a prezzi contenuti (il modello dei voucher sperimentato in Francia, Belgio e Regno Unito), incentivi al lavoro femminile, superamento delle discriminazioni e degli ostacoli, sia per quanto concerne l’accesso al mondo del lavoro delle donne, sia per quanto riguarda la loro crescita professionale e l’avanzamento in carriera;

– con il decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, codice delle pari opportunità tra uomo e donna, venivano istituite le consigliere di parità, con qualificazione di pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni e con il ruolo esclusivo di contrasto e rimozione delle discriminazioni di genere nell’ambito lavorativo, attraverso la ricerca di una conciliazione tra le parti in via stragiudiziale o anche attraverso l’azione in giudizio, ai sensi degli articoli 36 e 37 del medesimo codice; nel corso degli ultimi anni si è registrata una forte riduzione degli stanziamenti per il Fondo nazionale destinato all’attività delle consigliere di parità;

– i 27 Paesi dell’Unione hanno approvato, a Bruxelles il 28 giugno 2013, un pacchetto di sostegno all’economia a favore dell’occupazione giovanile che prevede otto miliardi di euro nei prossimi sette anni, di cui sei nel solo biennio 2014-2015, in modo da offrire alle persone con meno di 25 anni un lavoro, uno stage o un periodo di apprendistato entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita del lavoro. La strategia è una risposta all’elevata disoccupazione di alcune regioni europee e all’emergere di partiti estremisti in numerosi Paesi membri;

– l’Italia è stato il primo Paese europeo a dotarsi di una legislazione intervenuta per conciliare i tempi di vita con i tempi del lavoro, contribuendo così in modo sostanziale ad alimentare il dibattito europeo intorno alle politiche temporali, sia in ambito accademico sia in ambito politico ed amministrativo, avvenuto nel nostro Paese con un notevole anticipo rispetto alle altre realtà europee,

impegna il Governo

a promuovere l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il Ministero dell’economia e delle finanze e il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, una task force con l’obiettivo di rendere coerenti e coordinati tutti gli strumenti vigenti anche supportando il lavoro di attuazione delle legge delega (jobs act) oltre che di programmare interventi per l’occupazione femminile e misure in favore della conciliazione vita-lavoro per uomini e donne;

a promuovere, nell’ambito del programma del Governo, la realizzazione di una Conferenza nazionale finalizzata ad individuare gli obiettivi e le azioni che il Governo, le amministrazioni pubbliche, gli attori economici e sociali devono condividere e realizzare per la crescita dell’occupazione femminile, tenendo conto dei seguenti concetti chiave:

a) analisi della realtà anche attraverso la messa a punto di indagini che supportino la valutazione dell’impatto delle politiche sulle reali condizioni di vita di donne e di uomini, sapendo che tra loro sono diverse e disuguali;

b) empowerment, inteso nel senso della promozione delle donne nei centri decisionali della società, della politica e dell’economia, posto che la consapevolezza dell’aver maggior potere è uno stimolo per le donne per aumentare la propria autostima, autovalorizzarsi e far crescere le competenze e le abilità;

c) prospettiva di genere intesa come promozione della persona per tutto il ciclo della vita, tenendo conto delle differenze di ogni fase dell’esistenza e della naturale diversità tra i sessi e del fatto che praticare la prospettiva di genere richiede a tutti un grande cambiamento culturale che metta al centro dell’agenda politica i temi della valorizzazione delle risorse umane del contrasto alle disuguaglianze, delle grandi riforme sociali;

a realizzare azioni di cooperazione internazionale per promuovere la tutela dei diritti delle donne nei Paesi del Sud del mondo ed in via di sviluppo con il fine di contribuire ad una crescita equa e sostenibile;

a promuovere un approfondimento sulla strategia a sostegno dell’occupazione femminile nell’ambito dell’azione di lungo periodo dell’Unione europea in materia di pari opportunità, che vada nella direzione di rafforzare la convinzione che il necessario rinnovo del modello socio-economico europeo in un’ottica di genere è fondamentale per il futuro dell’Unione;

ad assumere iniziative per prevedere incentivi per le imprese che assumono a tempo indeterminato manodopera femminile, per mezzo, anche di una detassazione del lavoro femminile, misura di immediato impatto sul mercato del lavoro, poiché domanda e offerta di lavoro femminile risultano molto più elastiche, mediamente, di domanda e offerta di lavoro maschile, nonché incentivi fiscali per facilitare l’instaurazione di nuovi rapporti di lavoro per l’assunzione delle lavoratrici divenute madri che rientrano, almeno nei tre anni successivi al parto, al fine di controbilanciare la minore spendibilità nel mercato del lavoro delle neo mamme aumentandone le possibilità di occupabilità, nonché l’implementazione degli incentivi fiscali alle imprese, oltre alla riduzione del 50 per cento sui contributi previdenziali già in vigore, che fanno assunzioni in sostituzione di personale in astensione dal lavoro per maternità obbligatoria e facoltativa nonché per malattia del bambino;

ad incoraggiare le iniziative, pubbliche e private, volte all’innovazione di modelli sociali, economici, culturali e organizzativi per rendere compatibili sfera privata e sfera lavorativa, così da migliorare la qualità della vita, consentire alle lavoratrici ed ai lavoratori di conciliare le proprie responsabilità professionali con quelle familiari, di educazione e cura dei figli e consolida la sperimentazione di azioni positive per la conciliazione famiglia lavoro, come stabilito dall’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53, in modo tale da intercettare i nuovi bisogni di conciliazione emersi, ampliando la platea dei potenziali beneficiari ed aggiornando il novero degli interventi meritevoli di accesso ai finanziamenti, ottimizzandone l’investimento in termini di progettualità, evitando un eccessivo gap tra progetti candidati ed ammessi, e rendendone le regole semplici e chiare anche attraverso un raccordo con altri strumenti di supporto alle imprese, quali gli incentivi ai contratti di rete e ad incentivare fiscalmente le imprese ad attivare e/o implementare nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori, iniziative innovative di organizzazione del lavoro family friendly e di welfare aziendale ed interaziendale e della conciliazione famiglia-lavoro, anche prevedendo incentivi fiscali per rafforzare il ricorso al congedo di maternità-paternità nella gestione aziendale delle imprese;

a prevedere, in sede di semplificazione della normativa sul lavoro, la possibilità di adottare modalità di flessibilità organizzativa che consentano una più elastica articolazione spazio-temporale della prestazione lavorativa, prevedendone la contrattazione e regolazione a livello di contrattazione sia nazionale che territoriale o aziendale e che includano una semplificazione del ricorso all’utilizzo del telelavoro, coerentemente con quanto previsto dal disegno di legge sul cosiddetto smart working;

a promuovere il fondo nazionale per lo sviluppo dell’imprenditoria femminile istituito dall’articolo 3 della legge n. 215 dei 1992;

a monitorare la piena attuazione del decreto del Presidente della Repubblica 30 novembre 2012, n. 251, sulla parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo nelle società pubbliche, affinché sia garantita la presenza delle donne nella pubblica amministrazione e nelle società pubbliche.

Speranza (primo firmatario), De Micheli, Pollastrini, Martella, Roberta Agostini, Fregolent, Garavini, Martelli, Gnecchi, Valeria Valente, Gregori, Villecco Calipari, Iacono

Mozione presentata in aula il 13 ottobre 2014 e approvata l’11 novembre 2014

Argomenti: