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Estate in Palestina, la guerra e il saluto a Camilli

Estate in Palestina, la guerra e il saluto a Camilli

«È stata un’idea di mia figlia, voleva fare un’esperienza di volontariato all’estero e così siamo partite insieme». Chiara non ha ancora 21 anni ed è stata lei a «portare» sua madre, Elena Carnevali, deputata del Pd, a Betlemme. Lì oltre il muro che divide il territorio palestinese della Cisgiordania da Israele, c’è il centro Hogar Nino Dios, gestito da suore argentine, in cui vengono accuditi bambini disabili di famiglie palestinesi. La parlamentare bergamasca sta trascorrendo due settimane delle proprie vacanze con questi bambini.
«Ma per me è anche un modo per conoscere una realtà che non avevo mai visto». La guerra, i raid israeliani su Gaza e i missili sparati da Hamas sono lontani un centinaio di chilometri da questo angolo di Cisgiordania alle porte di Gerusalemme, «tutto sommato tranquillo». La cronaca degli ultimi giorni ha però ridotto le distanze: ieri mattina Elena Carnevali era all’ospedale di Gerusalemme in cui i genitori di Simone Camilli hanno potuto vedere il corpo del figlio, reporter morto per l’esplosione di una granata nella Striscia di Gaza, mentre dava girando immagini per l’agenzia Ap. «È stato un momento straziante, sull’ospedale è calato il silenzio. Incredibile il dolore profondo, composto del papà di Simone, che spera ancora che la conoscenza, il lavoro di reporter siano strumenti per la verità».
Ma la tensione fa parte della vita quotidiana anche delle zone meno a rischio. «Si sente in modo molto chiaro – spiega la deputata -, nelle diverse condizioni di vita dei due popolo, prima di tutto, e si percepisce il forte sostegno degli israeliani a quello che sta facendo il governo di Netanyahu. Mentre per farsi un’idea di ciò che succede ai palestinesi basta superare il check point che dà accesso alla zona in cui vivono gli arabi. La prima cosa che ti arriva è il fetore, dovuto agli spargimenti di liquame da parte dell’esercito israeliano. È la dirty water, un misto di acqua e non di sa cos’altro, che viene sparata su strade e case dei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, per dissuadere dalla partecipazione a manifestazioni di protesta, ormai quotidiane.
«La realtà più sconvolgente è però quella di Hebron – racconta la parlamentare -, una città di oltre 150 mila abitanti militarizzata per difendere 500 israeliani. La logica degli insediamenti abusivi è incomprensibile perché alla fine nessuno, né i coloni né i palestinesi, può avere una vita normale. A Hebron, onestamente, è difficile conservare la speranza che un giorno di possa essere pace».
Un’angoscia compensata dagli incontri del Parents Circle, un tentativo di dialogo tra famiglie di vittime palestinesi e israeliane, e dai sorrisi dei bambini del centro di Betlemme. In ogni caso, una vacanza diversa dalla media dei colleghi parlamentari. Quando si dice «staccare dal lavoro»: «Beh sì – sorride lei -, anche se i giornali li leggo, da qui si cambia prospettiva».

Simone Bianco, Corriere della Sera – Bergamo, 15 agosto 2014

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