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Finanza locale, le modifiche alla legge di stabilità 2014

Finanza locale, le modifiche alla legge di stabilità 2014

Il decreto legge sulla finanza locale, convertito dalla Camera il 10 aprile e trasmesso al Senato, introduce alcune correzioni alla legge di stabilità 2014 e al Testo Unico degli Enti Locali con lo scopo di facilitare e promuovere il processo di risanamento della finanza locale e garantire l’equilibrio di bilancio, a partire da un tema fortemente dibattuto in questa legislatura come la tassazione sugli immobili. Inoltre il provvedimento interviene sulla riduzione della spesa corrente ma mantiene e rilancia la spesa in conto capitale. La rimodulazione dei tempi e delle procedure per i bilanci comunali, così come per gli appalti nell’edilizia scolastica e per i pagamenti delle cartelle esattoriali, rappresenta l’impegno, fortemente sostenuto dal gruppo del Partito Democratico, a stabilire una nuova alleanza tra governo centrale e governi locali, istituzioni scolastiche, contribuenti, fondata su una trasparente e reciproca assunzione di responsabilità.

 

Tasi e Tari

La nuova disciplina di tassazione degli immobili ha introdotto la Iuc (Imposta unica comunale), fondata su due presupposti impositivi:

1. l’IMU, imposta di natura patrimoniale dovuta dal proprietario degli immobili, esclusa l’abitazione principale, tranne che per gli immobili di lusso ricompresi nelle categorie catastali A/1 A/8 A/9 8;

2. l’imposta sulla fruizione dei servizi comunali articolata in:

a) tassa sui servizi indivisibili (TASI) a carico sia del proprietario che dell’utilizzatore dell’immobile;

b) tassa sui rifiuti (TARI) destinata a finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti a carico del solo dell’utilizzatore.

La legge di stabilità 2014, che introduce per la prima volta nell’ordinamento la nuova TASI, fissa l’aliquota massima al 2,5 per mille. Per consentire ai comuni di finanziare le detrazioni d’imposta sulla prima casa, in modo tale da rendere esente dal pagamento lo stesso plafond di famiglie che erano state esentate dall’IMU 2012 – circa ¼ delle famiglie italiane – si dà facoltà ai comuni di elevare l’aliquota massima della TASI dello 0,8 per mille, ovvero di portarla dal 2,5 al 3,3 per mille solo per l’anno in corso 2014. Anche per altre tipologie di immobili, ad esempio le residenze di lusso sottoposte ad IMU, è stata offerta questa facoltà elevando l’aliquota massima all’11,4 per mille. Resta ovviamente nella discrezionalità dell’amministrazione locale mantenere l’aliquota vigente oppure aumentarla.
Il decreto interviene anche sulla disciplina della modalità di pagamento. Per la TASI gli strumenti sono, come per l’IMU, il modello F24 e il bollettino di conto corrente postale. Per la TARI anche i servizi elettronici d’incasso oltre a quelli bancari e postali.

Un emendamento approvato in sede parlamentare ha stabilito che la Tasi deve essere pagata in due rate, con scadenze al 16 giugno e al 16 dicembre, in analogia a quanto previsto per l’IMU dal decreto sul federalismo municipale. Per quanto concerne invece la Tari, i termini sono stabiliti dal comune prevedendo, di norma, almeno due rate a scadenza semestrale e in modo differenziato rispetto alla Tasi. Resta la possibilità di pagare in un’unica soluzione TARI e TASI entro il 16 giugno. Per il 2014 il versamento della prima rata è effettuato sulla base dell’aliquota base Tasi, pari all’1 per mille, a meno che il comune non deliberi una diversa aliquota entro il 31 maggio 2014.

Per il servizio di accertamento e riscossione, nel caso della TARI i comuni possono lasciarlo in gestione ai vecchi concessionari fino alla scadenza del relativo contratto, proprio in considerazione della continuità tra nuova TARI e vecchia TARES; mentre, per la TASI questa possibilità non esiste e i comuni, per l’assegnazione del servizio, dovranno svolgere una gara ad evidenza pubblica.
Un’ulteriore modifica rispetto alla legge di stabilità riguarda il contributo ai comuni per le detrazioni della TASI sulla prima casa, che viene portato da 500 milioni di euro a 625 milioni di euro. Le modalità di ripartizione del contributo, da adottarsi con decreto del Ministero dell’interno previo parere della Conferenza Stato – città – autonomie locali, devono tenere conto dei gettiti standard ed effettivi dell’IMU e della TASI in modo tale da non generare sperequazioni tra cittadini di diversi enti locali.
Questa misura viene coperta per 118,156 milioni di euro dalla riduzione del Fondo per le esigenze urgenti e indifferibili, operante presso il Ministero dell’economia, mentre per i restanti 6,844 milioni di euro dalla riduzione del Fondo per gli interventi strutturali di politica economica.

 

Esenzioni

Il decreto esenta dalla TASI i terreni agricoli che invece erano assoggettati all’IMU. All’opposto, e similmente all’IMU, con una modifica alla legge di stabilità 2014, il decreto fa ricomprendere nella TASI le aree scoperte pertinenziali (giardini, cortili, androni) e le aree condominiali non occupate in via esclusiva (appartamento condominiale locato).
Sempre relativamente alla determinazione della TASI il decreto (articolo 2 comma 1 lettere f,g,h) esclude la possibilità per il comune di prevedere riduzioni o esenzioni per superfici eccedenti il normale rapporto tra produzione dei rifiuti e superfice medesima. Resta al comune la possibilità di disporre agevolazioni nei casi di:

a) unico occupante,

b) abitazioni per uso stagionale,

c) residenti per sei mesi all’estero;

d) fabbricati rurali ad uso abitativo.

Il provvedimento estende quindi a tutti i tributi locali le procedure previste dalla legge di stabilità 2014 per i versamenti erronei: non si applicheranno né interessi né sanzioni nei confronti del contribuente che ha sbagliato oppure che ha pagato meno del dovuto, mentre per gli importi superiori è prevista una procedura di rimborso. Un emendamento approvato in sede parlamentare ha stabilito che la sanatoria è condizionata al pagamento della differenza tra il dovuto e il versato, entro il termine della prima rata IMU, ovvero il 16 giugno 2014.

 

Dismissioni

Il decreto proroga al 1° gennaio 2015, ovvero di otto mesi rispetto al 1 maggio 2014 previsto dalla legge di stabilità 2014, il termine entro cui le pubbliche amministrazioni dovranno dismettere le loro partecipazioni in società operanti in settori non strettamente connessi con il perseguimento delle loro finalità istituzionali, così come disposto dalla legge finanziaria 2008.

Un emendamento del Partito Democratico, approvato in sede di esame parlamentare, ha introdotto significativi incentivi finalizzati ad incoraggiare gli enti locali in questa direzione. La nuova norma modifica la legge di stabilità 2014, prevedendo:

1) in caso di scioglimento delle società partecipate entro 12 mesi dall’entrata in vigore del disegno di legge di conversione del decreto, esenzione da imposizioni fiscali eccetto IVA, imposte di registro, ipotecarie e catastali; dipendenti ammessi di diritto alle procedure di mobilità; plusvalenze non concorrenti alla formazione del reddito; le minusvalenze deducibili per 4 anni.

2) In caso di alienazione delle società partecipate a condizione che avvenga attraverso procedure di evidenza pubblica, sempre entro 12 mesi dall’approvazione della legge di conversione, assegnazione del servizio per 5 anni; plusvalenze escluse dalla determinazione del reddito IRAP; minusvalenze deducibili per 4 anni.

 

Finanza locale e piani di rientro

Una serie di norme apportano modifiche al Testo Unico degli Enti Locali, in particolare alle procedure per il riequilibrio finanziario pluriennale da parte degli enti locali con problemi di bilancio.

Il decreto sospende le procedure esecutive in presenza di un ricorso avviato dall’ente locale e dà la facoltà ai comuni di ricorrere contro la bocciatura del piano di riequilibrio finanziario deliberata dalla Corte dei Conti entro 120 giorni e non entro 30 giorni, come avviene attualmente. Questo al fine di scongiurare il più possibile la dichiarazione di stato di dissesto finanziario e quindi il commissariamento e lo scioglimento del consiglio e pertanto di dare ancora alle istituzioni locali, e in particolare comunali, la possibilità di rimettersi in carreggiata. Tale facoltà è però subordinata al miglioramento dei conti, inteso sia come aumento dell’avanzo che come diminuzione del disavanzo, da registrarsi nell’ultimo rendiconto approvato. Lo stesso termine di 120 giorni si applica nel caso in cui il diniego di approvazione sia stato deliberato dal consiglio comunale.
Decorso il termine assegnato dal prefetto per la deliberazione del dissesto, l’ente locale non può attivare la procedura di riequilibrio finanziario.

Un emendamento ha stabilito che ai fini dell’assegnazione delle anticipazioni di liquidità per il pagamento dei debiti P.A. siano considerati anche i pagamenti dei debiti fuori bilancio contenuti nel piano di riequilibrio finanziario pluriennale, approvato dalla sezione regionale di controllo della Corte dei conti.

Una ulteriore norma riguarda i comuni con popolazione superiore a 20.000 abitanti che, a fronte di misure oggettive di riduzione di almeno il 20% dei costi e dei servizi, nonché di razionalizzazione organizzativa delle società partecipate, possono avere fino a tre anni di tempo, compreso quello in cui è stato deliberato il dissesto, per raggiungere l’equilibrio. Sarà compito dell’ente trasmettere, entro 30 giorni dalla fine di ogni esercizio, una relazione sull’efficacia delle misure adottate al ministero dell’interno.

Sempre in ottemperanza alla medesima finalità di dare tempo e modo ai comuni di rivedere i propri bilanci un intervento parlamentare del Partito Democratico ha prorogato al 31 luglio 2014 il termine per l’approvazione del bilancio di previsione per l’esercizio 2014 degli enti locali, rispetto al termine del 30 aprile 2014 previsto dal decreto del Ministro dell’interno.

 

Mutui degli enti locali

Questa norma modifica una precedente disposizione del Testo Unico che vincola gli enti locali a indebitarsi solo se l’importo annuale degli interessi, sommato agli oneri già contratti, non supera una determinata percentuale di entrate correnti.

Già la legge di stabilità 2014 ha ampliato i limiti massimi all’indebitamento aumentando il rapporto tra servizio del debito e spese correnti dal 6% all’ 8%, ma finalmente con questa norma si punta a promuovere la spesa per investimenti degli enti locali. In sostanza si dà facoltà agli enti locali per gli anni 2014 e 2015 di accendere mutui fino ad un importo non superiore a quello rimborsato nell’esercizio precedente. È un modo per sostenere la spesa in conto capitale, ovvero la spesa per investimenti, mentre con le altre misure si punta a contenere la spesa corrente.

 

Fondo sperimentale di riequilibrio delle province

Il Ministero dell’interno, di concerto con quello dell’economia, ripartisce per l’anno 2014 il Fondo sperimentale di riequilibrio secondo modalità di riparto già adottate negli anni precedenti. Tale fondo è alimentato dal gettito della compartecipazione provinciale all’IRPEF, la cui aliquota è determinata in misura tale da compensare la soppressione dei trasferimenti erariali e il venir meno dell’accisa sull’energia elettrica.

Il fondo dispone di 1.039,9 milioni di euro da ripartire secondo i seguenti criteri:

a) 50% in proporzione alla spettanza figurativa dei trasferimenti ovvero al flusso storico dei trasferimenti destinati a quel determinato territorio
b) 38% in proporzione al gettito generato della soppressa accisa sull’energia
c) 5% in relazione alla popolazione residente
d) 7% in relazione all’estensione territoriale

Relativamente al processo di spending review, il decreto stabilisce direttamente gli importi delle riduzioni di spesa da applicare a ciascuna provincia, quantificato in 1.200 milioni di euro da ripartirsi tra le singole province attraverso una deliberazione della Conferenza Stato – città. Da queste riduzioni è esclusa la provincia de L’Aquila.

Il decreto conferma poi i trasferimenti erariali non oggetto di fiscalizzazione, vale a dire non generali e non permanenti, per le province delle regioni a statuto speciale Sardegna e Sicilia, dato che non rientrano nel sistema del federalismo fiscale, necessari a finanziare bilanci e funzioni.

 

Relazione di fine mandato dei comuni e delle province

Il provvedimento semplifica la disciplina prevista dal Decreto legislativo 6 settembre 2011, che obbliga sindaci e presidenti di provincia a una relazione di fine mandato.

L’adempimento sarà ora più agevole:

– la relazione dovrà essere presentata entro 60 giorni dalla cessazione del mandato e non più entro 90 giorni, in modo tale da consentire una più puntuale descrizione della situazione effettiva dell’ente locale;
– l’organo di revisione avrà a disposizione quindici giorni e non solo dieci per la certificazione della stessa;
– in caso di scioglimento anticipato il termine per la certificazione passa da quindici a venti giorni;
– il tavolo tecnico interistituzionale e il relativo rapporto, che allungava e rallentava di molto le procedure sono soppressi;
– entro tre giorni successivi alla certificazione, la relazione deve essere inviata alla competente sezione regionale della Corte dei Conti:
– il termine per la pubblicazione della relazione passa da uno a sette giorni e decorre dalla data della certificazione e non più da quella della ricezione del rapporto del tavolo interistituzionale.

L’anno da considerarsi utile ai fini della relazione di fine mandato è il 2013 pur in mancanza dell’avvenuta approvazione del relativo rendiconto.

 

Ediliza scolastica e servizi ausiliari

La norma inserita nel decreto è finalizzata ad accompagnare il passaggio nella gestione e affidamento dei servizi di pulizia ed ausiliari di molte istituzioni scolastiche dal precedente sistema a quello dell’assegnazione a imprese vincitrici delle gare CONSIP. A tale scopo, per dare maggiore tempo alle istituzioni scolastiche di adeguarsi, il decreto proroga il termine per la prosecuzione dei vecchi contratti, già prorogato dalla legge di stabilità al 28 febbraio, fino al 31 marzo. Occorre però fare una distinzione tra i territori nei quali non è attiva la convenzione CONSIP, che continuano ad acquistare beni e servizi alle stesse condizioni di prima, e i territori nei quali al 31 dicembre è attiva la convenzione CONSIP, in quanto questi possono acquistare servizi ulteriori fino a un limite di spesa inizialmente di 34,6 milioni di euro incrementato di 20 e quindi per un totale di 54,6 milioni di euro dal decreto in esame.

Il decreto legge 21 giugno 2013 aveva stanziato 150 milioni di euro per l’edilizia scolastica e previsto l’attivazione di una procedura d’urgenza per lavori di riqualificazione e di messa in sicurezza, ristrutturazione e manutenzione straordinaria degli edifici scolastici indicando nel 28 febbraio il termine per l’affidamento dei lavori pena la revoca dei finanziamenti previsti. Il 5 novembre il Ministero dell’istruzione ha provveduto ad assegnare le risorse agli enti locali inseriti nelle graduatorie regionali. La proroga al 30 aprile disposta da questo decreto trova la sua giustificazione poiché su 692 interventi finanziabili sono pervenute al Ministero solo 210 comunicazioni di avvenuto affidamento. Pari a circa 28 milioni su un importo di 150.

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L'iter del provvedimento
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