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Decreto stupefacenti, la posizione del Partito Democratico

Decreto stupefacenti, la posizione del Partito Democratico

Dopo le audizioni della scorsa settimana, la Commissione affari sociali ha ripreso ieri la discussione sul disegno di legge di conversione del decreto n. 36/2014 del governo in materia di disciplina degli stupefacenti e di impiego di medicinali meno onerosi da parte del Servizio sanitario nazionale.

Anna Margherita Miotto e Donata Lenzi hanno espresso nel corso della seduta dell’8 aprile la posizione del Partito Democratico sul provvedimento che, tra l’altro, modifica le tabelle in cui sono raggruppate le sostanze stupefacenti e psicotrope.

Margherita Miotto, intervendo sull’articolo 3 del decreto-legge, relativo all’uso off-label dei farmaci, ha ricordato che, anche sulla base di quanto è emerso dalle audizioni, se esiste la necessità di effettuare un riordino in materia di uso off-label dei farmaci, è anche vero che il decreto-legge non sembra essere lo strumento più adeguato. Oltretutto sulla materia sono intervenuti almeno cinque provvedimenti normativi non omogenei, adottati con finalità e in momenti diversi. La recente vicenda Avastin-Lucentis, che ha portato all’irrogazione di una sanzione da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato nei confronti delle aziende farmaceutiche Roche e Novartis a causa di un’intesa restrittiva della concorrenza che ha condizionato le vendite di quei due farmaci, il provvedimento da adottare successivamente all’intervento dell’antitrust sarebbe l’inserimento di Avastin (off-label) nella cosiddetta Lista 648.

Nel merito della disciplina introdotta dall’articolo 3, Miotto ha rilevato come manchi qualunque riferimento ad un passaggio fondamentale: l’individuazione di modalità di negoziazione tra l’ente regolatore, Aifa e le aziende produttrici di farmaci.

Un altro profilo critico è costituito dal riferimento al «motivato interesse pubblico» che, di fatto, concede una discrezionalità totale all’Aifa, in quanto non si prevede alcun criterio che porti all’individuazione di farmaci rispetto ai quali avviare la sperimentazione. Inoltre andrebbe valutato con attenzione anche il cambiamento in atto della natura stessa e del ruolo dell’Aifa.

Pleonastico appare invece il comma 4-quater dell’articolo 3, ai sensi del quale l’inserimento provvisorio nella Lista 648, disposto in attesa che siano disponibili i risultati delle sperimentazioni cliniche condotte sulla nuova indicazione, diviene definitivo previa valutazione positiva della Commissione tecnico-scientifica dell’Aifa.

Infine, se l’articolo 3 si basa sul presupposto del superiore interesse pubblico, non sembra coerente con ciò la disciplina prevista dall’articolo 3 per cui, qualora l’azienda farmaceutica si opponga senza motivo alla registrazione della nuova indicazione terapeutica, ne viene data adeguata informativa sul sito dell’AIFA, punto che rivela una certa remissività nei confronti delle aziende farmaceutiche. Ci sarebbe così il rischio che le aziende farmaceutiche private abbiano interesse a produrre solo farmaci ad alto costo.

Donata Lenzi si è soffermata sulle modifiche apportate al testo unico sugli stupefacenti e sulle quattro nuove tabelle, esprimendo perplessità sulle scelte effettuate dal decreto-legge riguardo agli organismi sanitari competenti. In particolare, non si comprende la ragione per cui l’articolo 1, ai fini del completamento e dell’aggiornamento delle tabelle, preveda che debba essere sentito dal Ministro della salute il Consiglio superiore di sanità anziché l’Istituto superiore di sanità, non avendo il primo le competenze necessarie.

Suscita dubbi la stessa collocazione del Dipartimento nazionale per le politiche antidroga presso la Presidenza del Consiglio dei ministri piuttosto che presso il Ministero della salute, scelta che sarebbe più razionale e comporterebbe anche dei risparmi di spesa.

E’ poi necessario distinguere la presa in carico del soggetto tossicodipendente da parte del Servizio sanitario nazionale dalla sua criminalizzazione, come è emerso anche dall’audizione del Capo Dipartimento politiche antidroga, Giovanni Serpelloni. Per cui, così come un soggetto non viene criminalizzato per abuso di alcol, bensì per gli eventuali atti ad esso conseguente (ad esempio, un incidente automobilistico causato da guida in stato di ebbrezza), allo stesso modo non si può pensare automaticamente al carcere con riferimento al consumo di sostanze stupefacenti.

Su quest’ultimo punto sarà importante predisporre adeguate campagne informative rivolte soprattutto ai giovani, che aiutino a disincentivare il ricorso sia all’alcol sia alle droghe.

 

Nella seduta di commissione del 9 aprile, invece, Paola Beni ha segnalato una serie di punti critici: intanto l’estromissione dell’Istituto superiore di sanità dalla procedura di aggiornamento delle tabelle privilegiando invece il Consiglio superiore di sanità e la Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento nazionale per le politiche antidroga; il comma 4, che modifica l’articolo 26 del testo unico sugli stupefacenti, che pone il divieto di coltivazione di tutte le piante inserite nelle tabelle I e II, comprese le coltivazioni destinate ad uso esclusivamente personale, mentre sarebbe necessario evitare di introdurre un’omologazione tra situazioni diverse per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio; il comma 27 dell’articolo 1, che adotta una logica repressiva più che terapeutico-riabilitativa tanto da ledere l’autonomia degli operatori dei servizi per le tossicodipendenze.

Discutibile è anche il contenuto del comma 29, che modifica l’articolo 127 del predetto testo unico, introducendo una serie di limitazioni ai dosaggi e alla durata di trattamenti finalizzati al recupero dalle tossicodipendenze e dall’alcoldipendenza e al reinserimento lavorativo dei tossicodipendenti.

Filippo Fossati ha invitato a prendere atto della drammaticità dei numeri sul consumo di droghe, che dimostrano il fallimento dell’impostazione normativa seguita dal 2006, con la cosiddetta legge Fini-Giovanardi, fino ad oggi. L’impalcatura sanzionatoria di tipo moralistico non ha prodotto effetti positivi, se è vero che, per esempio, nella Toscana il 40 per cento della popolazione carceraria ha commesso reati, in molti casi minori, legati alle sostanze stupefacenti.

E’ inoltre paradossale che lo Stato assuma un certo tipo di atteggiamento nei confronti delle sostanze stupefacenti mantenendo al tempo stesso il monopolio della vendita dell’alcol e consentendo la pubblicità di un prodotto così dannoso.

Maria Amato ha messo in evidenza come l’aumento del consumo di cannabis tra gli adolescenti sia un dato oggettivo, per cui non si tratta di esprimere una valutazione ideologica della cosiddetta legge Fini-Giovanardi bensì di prendere atto che il sistema introdotto da quest’ultima, basato sulla repressione, ha fallito. Inoltre parlare di droghe «leggere», differenziandole da quelle «pesanti», ha un senso in quanto le prime presentano un minore grado di tossicità rispetto ad altre – quali, ad esempio, eroina e cocaina – e danno minore dipendenza.

Vittoria D’Incecco ha detto di considerare la prima parte del decreto un passo avanti perché introduce un criterio di gravità differenziale tra le droghe e per trovare uno spazio di non punibilità per il loro uso.

Riguardo ai medicinali off-label, ha condiviso le perplessità sull’articolo 3 manifestate già da altri commissari. Poiché oggi molte patologie sono curabili solo grazie ai farmaci cosiddetti orfani, definiti a livello europeo dal Regolamento (CE) 141/2000, sarebbe opportuno prevedere l’inserimento anche di questa categoria di farmaci nelle liste previste dal decreto-legge n. 536 del 1996, convertito dalla legge n. 648 del 1996, per l’uso consolidato.

Riguardo all’uso cosiddetto «inappropriato» di alcuni medicinali, ha proposto di ricorrere, come in passato, alle cosiddette «note» che esprimevano la mutabilità o meno del farmaco a carico del Servizio sanitario nazionale a seconda delle patologie.

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