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35 anni dopo la legge 194 divide ancora

35 anni dopo la legge 194 divide ancora

Quarta seduta della Commissione affari sociali dedicata alla discussione della relazione sullo stato di attuazione della legge 194 presentata dal Governo al Parlamento.

Gian Luigi Gigli (Per l’Italia) ha dichiarato di avere apprezzato la presentazione della relatrice Elena Carnevali, in particolare le considerazioni sul tema dei consultori familiari. I dati contenuti nella relazione confermano che continua il positivo trend di riduzione del numero degli aborti, anche se si può sospettare che il dato sia sottostimato a causa di «forme di aborto precocissimo su base chimica». Anche sugli aborti clandestini le stime sono necessariamente inaffidabili proprio per la natura del fenomeno.

Riguardo al dato delle obiezioni di coscienza (circa il 70 per cento degli ostetrici-ginecologi), Gigli ha spiegato che si tratta di un dato stabile da sempre, che non presenta alcun rischio reale per la possibilità di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, come dimostrato dal fatto che l’85 per cento degli interventi è effettuato entro 21 giorni dalla certificazione. Piuttosto si potrebbero pensare misure organizzative già adottate in altri ambiti della chirurgia, come l’accorpamento delle strutture per area vasta, per garantire maggiore sicurezza e qualità dell’intervento. Troppo alto appare infatti il 5 per cento di complicazioni per un intervento chirurgico per il quale la degenza nel 96 per cento dei casi non supera un giorno. Il numero degli obiettori apparentemente rilevante, insomma, non va demonizzato, in quanto fotografa «l’istintiva repulsione per la soppressione della vita da parte di chi ha scelto di fare il medico per promuoverla».

Un dato allarmante, secondo Gigli, è invece quello del numero delle donne straniere che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza, che raggiunge il 34,3 per cento del totale, con un tasso di abortività altissimo se rapportato all’incidenza complessiva della popolazione straniera. Questo dato mostra con evidenza il problema socio-economico che sta dietro a una quota significativa di aborti e richiama l’importanza, sottolineata anche dalla relatrice, del ruolo dei consultori.

Anche Gigli ha quindi ribadito la necessità di attivare la parte «positiva» della legge 194, per valutare le cause che inducono la donna alla richiesta di interruzione volontaria della gravidanza, applicare gli articoli 2 e 5 della stessa legge, risolvere le cause sociali che portano all’aborto, proporre alternative all’interruzione, educare a una sessualità responsabile per evitare il fenomeno degli aborti ripetuti (il 19 per cento dei quali interessa donne con almeno un aborto alle spalle e l’8 per cento con almeno 2 aborti). Il limitato ricorso al consultorio segnala poi la sfiducia delle donne verso questo strumento. Andrebbe infine rivalutato, secondo Gigli, il ruolo dei non obiettori e del volontariato nei consultori, che possono efficacemente operare per la prevenzione. L’azione dei centri di aiuto alla vita, ad esempio, nel solo 2012 ha permesso di assistere 14.756 gestanti e di far nascere 9.887 bambini altrimenti destinati all’aborto. Anche dai dati dei centri di aiuto alla vita emerge inoltre la rilevanza delle cause sociali dell’aborto, se si considera che le donne straniere costituivano solo il 15 per cento della casistica nel 1990 e sono diventate nel 2012 ben l’80 per cento.

Eugenia Roccella (Nuovo Centro Destra), pur riconoscendo che la modalità con la quale l’Italia ha affrontato il problema dell’interruzione volontaria della gravidanza costituisce una buona pratica, come evidenza anche il continuo decremento del tasso di abortività, ha affermato che esistono ancora delle criticità, intanto sulle politiche di prevenzione, mai attuate in modo coerente e uniforme ma «a macchia di leopardo» e spesso affidate al volontariato o ai centri di aiuto alla vita, come l’unità Mangiagalli. In Italia è ottima anche la raccolta di dati e pure per il ricorso alla “pillola del giorno dopo” il confronto con altri Paesi europei indica dati migliori per l’Italia.

Sull’obiezione di coscienza Roccella ha voluto sfatare quelli che ha definito «luoghi comuni»: il dato significativo è che il numero di interventi per ciascun medico non obiettore si è dimezzato, passando da 3,3 interruzioni a settimana, considerando in un anno 44 settimane lavorative, a 1,7 a settimana nel 2011. Pertanto, se vi sono difficoltà nell’accesso, non sono dovute al numero di obiettori, ma alle diverse organizzazioni regionali. In ogni caso la stessa legge 194 prevede strumenti e correttivi per far fronte a tali problemi. Concentrarsi sull’obiezione di coscienza rappresenta quindi un falso obiettivo dovuto a qualche «residuo ideologico»: se si considera che oltre il 60 per cento delle donne non aspetta più di due settimane (compresa quella di riflessione) per un intervento, i tempi di attesa, anche confrontati con altri Paesi, non appaiono eccessivi.

Non hanno ottenuto, invece, grande successo le politiche contraccettive, non solo in Italia ma anche in Paesi come la Svezia, dove i farmaci contraccettivi e post-concepimento sono di facile accesso, ma il tasso di abortività tra le minorenni è maggiore che in Italia.

Anche il fatto che la legge italiana prevede che l’aborto deve avvenire nelle strutture pubbliche si è rivelato, secondo Roccella, un elemento di saggezza, oltre che di maggiore tutela della salute della donna e di prevenzione; infatti, dove l’interruzione di gravidanza viene praticata in ambito privato, anche in presenza di legge più restrittive, si riscontra un maggior numero di interventi, che costituiscono pur sempre fonte di guadagno.

La pillola RU486 rappresenta un ulteriore elemento critico perché è un metodo «elettivamente domiciliare». Bisognerebbe vigilare perché questa metodica rimanga una pratica destinata ad una ridotta percentuale di donne, le quali vi ricorrono per motivi di natura essenzialmente medica.

Riguardo al ricorso all’IVG da parte delle donne straniere, bisogna considerare le specificità legate alla comunità nazionale di provenienza: mentre infatti per le donne dell’Est europeo l’aborto rappresenta un metodo anticoncezionale, le donne cinesi ricorrono prevalentemente all’aborto clandestino perché difficilmente sono propense ad affidarsi al sistema sanitario pubblico.

Andrea Cecconi (M5s) si è soffermato sulla pillola RU486, che non viene utilizzata in modo uniforme e capillare sul territorio nazionale, in quanto in alcune regioni vi si fa ricorso normalmente, ma in altre, come le Marche mai. Inoltre, mentre in altri Paesi tale pillola è somministrata in regime di day hospital, l’Italia è l’unico Paese nel quale è necessario il ricovero ospedaliero, quando per le eventuali complicanze sarebbe adeguato il ricorso alle strutture sanitarie presenti sul territorio.

Ha poi rilevato che le leggi in Italia hanno un’impostazione poco laica e sono invece ispirate a una valutazione etica e spesso cattolica, come per la fecondazione assistita e il testamento biologico. Si dovrebbe invece considerare che tali leggi possono offrire un’opportunità e che il cittadino cattolico è libero di non farvi ricorso.

Cecconi si è poi soffermato sullo «scandalo» dei consultori familiari e della mancata applicazione, per decenni, di una legge che doveva garantire un sostegno alle donne. Oggi molti consultori sono gestiti da associazioni, spesso cattoliche, che per ragioni ideologiche inducono a determinati comportamenti.

Benedetto Francesco Fucci (Forza Italia) si è soffermato sui dati preliminari sul 2012, che indicano come il numero totale di interruzioni volontarie di gravidanza effettuate (circa 105 mila) è stato inferiore del 5 per cento rispetto a quello dell’anno precedente e addirittura del 54,7 per cento rispetto a trent’anni fa. Per questo ritiene sbagliatol’approccio di chi afferma che la presenza dei medici obiettori impedisca l’esercizio dell’interruzione volontaria di gravidanza: i numeri complessivi del personale non obiettore sono del tutto congrui rispetto al numero complessivo degli interventi di interruzione volontaria di gravidanza. Eventuali difficoltà nell’accesso ai percorsi per l’interruzione volontaria di gravidanza sono semmai dovuti a una distribuzione inadeguata del personale fra le strutture sanitarie all’interno di ciascuna regione.

Ha poi affermato che per garantire il diritto alla procreazione cosciente e responsabile – previsto dall’articolo 1 della legge 194 – è necessario che lo Stato favorisca interventi volti ad invertire il trend di bassa natalità in atto ormai da moltissimo tempo, partendo intanto dalle politiche in favore della famiglia, che sono gravemente carenti in Italia, al contrario di quanto avviene in realtà molto vicine, come la Francia.

Fucci ha poi ricordato la necessità di un dibattito sereno e il più possibile obiettivo sull’interruzione volontaria di gravidanza e sull’obiezione di coscienza. Il progressivo decremento dei consultori familiari pubblici che si è registrato negli ultimi anni è un dato allarmante poiché avrebbero dovuto essere l’asse portante degli interventi di prevenzione dell’aborto volontario, nei quali trovare gli operatori più idonei ad attivare la rete di sostegno per le gravidanze difficili. Questa grave insufficienza è dimostrata anche dal dato del ricorso al consultorio per la certificazione, che interessa appena il 40 per cento delle donne richiedenti l’interruzione volontaria di gravidanza.

Donata Lenzi (Pd) ha constatato come la legge 194 si sia rivelata, ancora più di quanto non fosse emerso in passato, una buona legge. Riguardo ai consultori e alla scelta di affidarne la gestione ad associazioni private, ha osservato che, quando una donna ha la possibilità di operare una scelta, evita di rivolgersi ad una struttura nella quale sa che incontrerà degli ostacoli: si parla infatti di donne che, pur vivendo con sofferenza la scelta dell’interruzione, intendono esercitarla.

La legge 194 ha conseguito il risultato di ridurre il numero di interruzioni di gravidanza, tuttavia bisogna compiere ulteriori passi in avanti, anche sul tema dell’obiezione di coscienza. In particolare, è possibile intervenire sulle ragioni di insoddisfazione che ancora permangono e che attengono alle modalità di organizzazione del servizio e alla distribuzione sul territorio degli obiettori, che non è tale da garantire il servizio. La legge prevede correttivi come lo spostamento di personale, ma dovrebbe essere previsto che ogni regione indichi alcune strutture dove il servizio è assicurato. Inoltre, pur essendo logico che alla riduzione di servizi di ostetricia e ginecologia si accompagni una riduzione delle strutture per la certificazione e le interruzioni di gravidanza, deve essere garantita una programmazione regionale che tenga conto del bacino di utenza e della necessità di offrire il servizio, così come per la somministrazione della pillola RU486.

Sui consultori Lenzi ha affermato che il Servizio sanitario nazionale, la cui istituzione è successiva alla legge sui consultori, «fatica» a contenere al proprio interno un servizio che è socio-sanitario e non esclusivamente sanitario, poiché si occupa di assistenza per le adozioni, parto, allattamento, menopausa. Considerato il peggioramento della situazione economica e che un certo numero di interruzioni di gravidanza dipende dalle condizioni economiche, è ancora più necessaria la presenza del sociale nel consultorio e la vera sfida è rappresentata da come si riuscirà a realizzare una maggiore integrazione tra tali aspetti.

Anche per questo Lenzi si è augurata che si possa ricreare il clima di collaborazione che diede vita alla legge 194 nel 1978, quando anche esponenti di partiti che poi promossero il referendum abrogativo, offrirono il loro contributo per il miglioramento del provvedimento.

L’esame della relazione si concluderà con un atto di indirizzo che, a causa dell’attuale situazione politica, sarà discusso dopo la formazione del nuovo Governo.

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