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Legge 194, rafforzare il ruolo dei consultori

Legge 194, rafforzare il ruolo dei consultori

Prosegue in Commissione affari sociali la discussione della relazione sullo stato di attuazione della legge 194, presentata dal governo e che contiene i dati sulle interruzioni volontarie di gravidanza degli ani 2011 (definitivi) e 2012 (preventivi).

Nella seduta di venerdì 14 febbraio hanno preso la parola Paola Binetti, Marco Rondini e Pia Locatelli.

Paola Binetti (per l’Italia) ha voluto ricordare intanto che la finalità più importante della legge 194 è la tutela sociale della maternità, e non l’aborto. Per questo motivo sarebbe necessario intervenire sui modelli educativi attraverso l’educazione alla genitorialità, un valore, questo, da reintrodurre, considerato che dalle prospettive future delle giovani è quasi del tutto scomparsa la maternità. Anzi, secondo Binetti, la modifica degli stili di vita e l’inizio precoce della vita sessuale nei giovani determina un aumento del tasso di abortività in questa fascia di età. E’ quindi di fondamentale importanza che fin dall’età adolescenziale si inizi un percorso di educazione anche sessuale finalizzata alla tutela della maternità, perché è necessario recuperare il valore più profondo della vita sessuale, alla base della quale va posta una relazione affettiva nel cui ambito possa maturare una maternità responsabile.

Binetti si è poi soffermata sulla correlazione tra indice di natalità, in Italia, sempre più basso, e tasso di abortività. Nel nostro Paese le famiglie numerose non sono tutelate sufficientemente e anche chi desidera più di un figlio si trova ad affrontare situazioni economiche e sociali che non consentono di dare seguito a tali intendimenti. Per queste ragioni ha annunciato che incalzerà anche il nuovo Governo perché metta in campo fin da subito misure concrete per la tutela della famiglia.

Ad aumentare il numero degli aborti, secondo Binetti, concorre anche lo «spauracchio» delle diagnosi pre-impianto e il timore di mettere al mondo un figlio handicappato senza considerare gli esiti positivi dell’evoluzione scientifica: su questo punto manca un counseling positivo mentre si drammatizzano solo i possibili rischi.

Infine, Binetti ha affermato che per evitare il ricorso all’aborto è importante ricordare alla donna anche la possibilità di partorire in anonimato e dell’adozione e che, pertanto, la legge 194 non può essere interpretata esclusivamente come legge a tutela del principio di autodeterminazione della donna.

Marco Rondini (Lega Nord) ha osservato che la legge  194, nel suo primo articolo, prevede che «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio», e stabilisce una serie di misure finalizzate alla presa in carico della donna in stato di gravidanza, al fine di considerare l’interruzione della gravidanza quale extrema ratio. Nella legge era stato attribuito proprio ai consultori familiari il compito di essere la prima struttura socio-sanitaria di prossimità, finalizzata alla presa in carico della donna in gravidanza che, per condizionamenti esterni o problemi personali fisici o psicologici, cercava un concreto aiuto per maturare una decisione di fondamentale importanza nella propria esistenza.

Nei consultori, invece, non sempre viene pienamente attuato il diritto della donna di ricevere valide alternative all’aborto, poiché vi è chi sostiene che sarebbe un’ingerenza sulla scelta della donna, eppure proprio secondo quanto stabilito dalla legge 194, agli articoli 2 e 5, l’assistenza da dare alla donna in gravidanza deve attuarsi con l’informazione sui diritti spettanti alla gestante, sui servizi sociali, sanitari ed assistenziali a lei riservati, e sulla protezione che il mondo del lavoro deve assicurare a tutela della gestante.

Sono passati più di trent’anni, ha ricordato Rondini, da quando è entrata in vigore la legge quadro n. 405 del 1975, correlata alla legge n. 194 del 1978. Nate sotto l’influenza del dibattito sulle rivendicazioni per l’emancipazione della donna che ha caratterizzato gli anni settanta, hanno imposto all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di un luogo di dialogo e di informazione sulla sessualità, sulla procreazione e sulla contraccezione. Nelle intenzioni del legislatore, le attività consultoriali avrebbero dovuto offrire un vasto programma di consulenza e un servizio globale alla donna, alle coppie e ai nuclei familiari in tutti quei settori tematici legati alla coppia e alle problematiche coniugali e genitoriali, ai rapporti e ai legami interpersonali e familiari, alla procreazione responsabile. Adesso è doveroso riconsiderare il lavoro svolto e l’attuale ruolo dei consultori familiari nel nostro Paese, alla luce anche dei notevoli cambiamenti sopravvenuti nell’attuale contesto socio-culturale. Pertanto, occorre dare nuova linfa vitale a ciò che già era ben esplicitato nelle intenzioni del legislatore, che nel 1975 aveva emanato la legge n. 405 (ovvero l’assistenza alla famiglia, l’educazione alla maternità e alla paternità responsabile, l’educazione per l’armonico sviluppo fisico e psichico dei figli e per la realizzazione della vita familiare), ma che nei fatti è stato solo residualmente attuato.

Pia Locatelli (Misto -Psi) ha affermato che il principio dell’autodeterminazione contenuto nella legge n. 194 deve essere difeso con forza, anche perché diversamente si incentiverebbe nuovamente il ricorso all’aborto clandestino. Tutti avvertono l’esigenza di creare le condizioni affinché nessuna donna sia costretta a ricorrere all’aborto e che ciò significa intervenire sul contesto sociale al fine di evitare condizioni ostili alla maternità, quali il precariato in cui versano in particolare le giovani donne, invitando a riflettere anche su questo profilo quando si affrontano le questioni del mondo del lavoro.

Locatelli ha poi espresso rincrescimento per la determinazione di recente assunta dal Parlamento europeo nel respingere il Rapporto Estrela su «Salute e diritti sessuali riproduttivi», che configura una forma di viltà che penalizza le donne.

Riguardo all’obiezione di coscienza Locatelli, pur ribadendo profondo rispetto nei confronti degli obiettori, dissente da un uso strumentale di tale scelta, evidenziando come non sia statisticamente possibile accettare che più dell’80 per cento dei ginecologi sia obiettore. Pur comprendendo come tale scelta possa essere indotta dall’esigenza del medico non obiettore di non trovarsi nella situazione di dover praticare solo aborti, sottolinea come l’interruzione di gravidanza debba essere comunque garantita. Per questo è necessario riorganizzare il servizio anche ricorrendo a modalità inedite: per esempio, l’utilizzo di un «gettone» per gli aborti sembra abbia fatto riscontrare in taluni ospedali una contrazione del numero degli obiettori. Nella relazione del Ministro della salute si osserva che il rapporto numerico tra medici obiettori e non è congruo, ma i dati inerenti all’obiezione di coscienza fanno riscontrare una sorta di «elasticità sospetta».

Sulla relazione di Elena Carnevali, Locatelli ha detto di condividere in particolare la considerazione inerente al rischio che vengano considerati non obiettori tutti i ginecologi che non hanno mai espresso obiezione, in quanto la loro attività istituzionale non prevede la pratica delle IVG e dunque i medici non la hanno espressa all’azienda in cui operano, sovrastimando quindi i non obiettori rispetto alla realtà.

Fondamentale è il ruolo dei consultori nel fornire assistenza alle donne nel percorso procreativo e per la prevenzione di ulteriori interruzioni di gravidanza, mentre la loro istituzione è stata fortemente contrastata proprio da quanti si opponevano alla legge n. 194. Cconsiderato che i consultori familiari rappresentano uno strumento indispensabile, Locatelli ha lamentato il ridotto ricorso ad essi, intorno al 40 per cento, per la certificazione necessaria all’interruzione di gravidanza e ha auspicato che si raggiunga un accordo finalizzato a rafforzarne il ruolo.

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