«Dimissioni in bianco», tornano i moduli delle direzioni territoriali del lavoro

«Dimissioni in bianco», tornano i moduli delle direzioni territoriali del lavoro

La Commissione affari sociali ha esaminato venerdì 14 febbraio in sede consultiva il testo unificato delle proposte di legge che contiene «Disposizioni in materia di modalità per la risoluzione consensuale del contratto di lavoro per dimissioni volontarie».

La relatrice Marisa Nicchi (Sel) ha ricordato che l’obiettivo del testo unificato è quello di contrastare la pratica delle cosiddette dimissioni «in bianco», che consiste nel far firmare al lavoratore – e, più spesso, alla lavoratrice – la lettera di dimissioni al momento dell’assunzione – e, quindi, nel momento in cui la posizione del lavoratore è più debole – ai fini di un suo successivo utilizzo.

Per contrastare tale fenomeno, nel corso della XV Legislatura la legge n. 188 del 2007 aveva disposto che la validità della lettera di dimissioni volontarie, presentata dal «prestatore d’opera» (lavoratori subordinati e «parasubordinati») e volta a dichiarare l’intenzione di recedere dal contratto di lavoro, fosse subordinata all’utilizzo, a pena di nullità, di appositi moduli predisposti e resi disponibili, gratuitamente, dagli uffici provinciali del lavoro e dagli uffici comunali. I moduli avevano una validità temporale massima di quindici giorni dalla data di emissione ed erano realizzati secondo determinate specifiche tecniche.

Con l’inizio della XVI legislatura, tuttavia, l’articolo 39, comma 10, del decreto-legge n. 112 del 2008 ha disposto l’abrogazione della legge n. 188, rimanendo così in vigore esclusivamente il sistema di convalida delle dimissioni presentate dal lavoratore, come definito ai sensi del decreto legislativo n. 151 del 2001.

A seguito di forti pressioni sul tema, è quindi intervenuto, sempre nella XVI legislatura, l’articolo 4, commi 16-23, della legge n. 92 del 2012 (la cosiddetta «riforma Fornero»), che ha modificato la disciplina sulla preventiva convalida delle dimissioni presentate dalla lavoratrice (o dal lavoratore) in alcune circostanze, con l’obiettivo di rafforzare la tutela e meglio combattere la pratica delle dimissioni in bianco. Le nuove norme, in particolare, hanno esteso ai primi tre anni di vita del bambino la durata del periodo in cui opera l’obbligo di convalida delle dimissioni volontarie e hanno previsto che l’obbligo di convalida (che costituisce condizione sospensiva per l’efficacia della cessazione del rapporto di lavoro) valga anche nel caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. I commi 17 e 18 prevedono modalità alternative di convalida (rispetto a quelle di cui al comma 16), al rispetto delle quali viene subordinata l’efficacia delle dimissioni o della risoluzione consensuale del rapporto. Il comma 19 prevede che, laddove non si proceda alla convalida, il rapporto di lavoro si intende risolto, per il verificarsi della condizione sospensiva, qualora la lavoratrice o il lavoratore non aderiscano, entro il termine di sette giorni dalla ricezione, all’invito a presentarsi presso la Direzione territoriale del lavoro o il Centro per l’impiego territorialmente competenti, oppure presso le sedi individuate dalla contrattazione collettiva.

Anche questa nuova disciplina, legata alla convalida ex post delle dimissioni, non è stata ritenuta convincente da parte di taluni gruppi, alcuni dei quali hanno presentato, nella legislatura in corso, proprie proposte di legge. Le proposte di legge, assegnate alla Commissione lavoro, sono state esaminate, anche nell’ambito di un Comitato ristretto, e riunite in un testo unificato, che è iscritto nel calendario dei lavori dell’Assemblea dal prossimo 21 febbraio.

L’obiettivo del testo unificato, contenuto nel comma 1 dell’articolo unico di cui si compone il provvedimento, consiste nel reintrodurre i meccanismi della abrogata legge n. 188, in particolare prevedendo che la lettera di dimissioni volontarie deve essere sottoscritta dalla lavoratrice, dal lavoratore, dalla prestatrice d’opera o dal prestatore d’opera, su appositi moduli, resi disponibili gratuitamente dalle direzioni territoriali del lavoro, dagli uffici comunali e dai centri per l’impiego. In base al comma 3, i moduli, realizzati secondo direttive definite con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, riportano un codice alfanumerico progressivo di identificazione, la data di emissione, nonché spazi, da compilare a cura del firmatario, destinati all’identificazione della lavoratrice o del lavoratore, ovvero del prestatore d’opera o della prestatrice d’opera, del datore di lavoro, della tipologia di contratto da cui si intende recedere, della data della sua stipulazione e di ogni altro elemento utile.

In questo modo dai moduli dovrebbe risultare senza alcun dubbio che le dimissioni sono state sottoscritte davvero nella fase finale del rapporto di lavoro e non all’atto dell’assunzione. I moduli hanno, infatti, validità di quindici giorni dalla data di emissione e sono resi disponibili attraverso i siti Internet istituzionali, secondo modalità che garantiscano la certezza dell’identità del richiedente, la riservatezza dei dati personali, nonché l’individuazione della data di rilascio, ai fini della verifica del rispetto del termine di validità delle dimissioni stesse (comma 4).

Il provvedimento prevede, di conseguenza, l’abrogazione del comma 4 dell’articolo 55 del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e dei commi da 17 a 23 dell’articolo 4 della legge 28 giugno 2012, n. 92 (comma 6), ossia delle norme che disciplinano al momento la materia.

Paola Binetti (Per l’Italia) ha affermato che i tentativi già portati avanti per contrastare le ingiustizie perpetrate ai danni della donna lavoratrice giungono ora finalmente ad una definizione.

Donata Lenzi (Pd) ha ricordato che il tema del contrasto alla pratica delle cosiddette «dimissioni in bianco» è questione sensibile che è già stata affrontata nella XV e nella XVI legislatura e che alla Camera ha suscitato molte controversie. éur condividendo il provvedimento e auspicandone l’approvazione, Lenzi ha evidenziato come negli ultimi anni si sia assistito ad un profondo mutamento del mercato del lavoro per cui un provvedimento finalizzato a tutelare la scelta di maternità delle lavoratrici è ora destinato ad applicarsi solo a chi svolge un lavoro con un minimo di stabilità. Quindi la strada da percorrere per garantire il diritto alla libertà di scelta e di maternità delle donne è ancora lunga.

Eugenia Roccella (Nuovo Centro Destra) ha osservato intanto come vi sia un generale consenso sulla finalità perseguita dal provvedimento, poichè è incivile licenziare una donna in gravidanza. Tuttavia suscita perplessità lo strumento individuato, poiché la previsione di una molteplicità di controlli, sia a posteriori sia ex ante, determina un irrigidimento suscettibile di produrre esiti diversi da quello perseguito, paradossalmente rendendo più difficile per le donne stesse trovare un’occupazione.

L’irrigidimento burocratico che può conseguire dal provvedimento, sommato agli effetti di una realtà che di fatto tutela maggiormente il capo famiglia maschio, costituisce un ostacolo alla libertà per le scelte private richieste dalla complessità della vita odierna delle donne.

Anna Margherita Miotto (Pd) ha espresso perplessità invece su un punto specifico del testo, il comma 4 dell’articolo 1, che prevede un termine di validità di 15 giorni dalla data di emissione dei moduli per la recessione dal contratto. sarebbe opportuno segnalare alla Commissione di merito l’opportunità di riconsiderare tale termine.

La relatrice Marisa Nicchi, intervenendo per rispondere alle osservazioni dei commissari, ha detto di condividere quanto detto da Anna Margherita Miotto.

Sull’intervento di Donata Lenzi, ha affermato che sarebbe opportuno ripensare la tutela del diritto alla maternità, in un’ottica più generale, sul piano delle politiche sociali.

Nicchi ha poi affermato di concordare sul fatto che la pratica di richiedere le cosiddette dimissioni in bianco, conservate in un cassetto, e che spesso vengono tirate fuori per essere utilizzate in occasione della gravidanza della lavoratrice o nei confronti del lavoratore che si ammala e che pertanto è causa di costi aggiuntivi, sia un fatto di inciviltà, aggravata dall’«onere per la prova» a carico del lavoratore medesimo, tenuto a convalidare le dimissioni.

Riguardo al problema della semplificazione evidenziato da Eugenia Roccella, ha osservato che la semplificazione è proprio uno degli obiettivi perseguiti dal provvedimento in esame, che non introduce appesantimenti, considerato che i moduli di cui si prevede l’utilizzo sono facilmente scaricabili da internet.

Il parere approvato dalla Commissione al termine del dibattito e trasmesso alla Commissione lavoro è il seguente:

La XII Commissione,

   esaminato, per le parti di competenza, il testo unificato delle proposte di legge C. 254 Vendola e abb., recante «Disposizioni in materia di modalità per la risoluzione consensuale del contratto di lavoro per dimissioni volontarie», risultante dagli emendamenti approvati;

   tenuto conto che nella discussione è emersa la necessità di pervenire ad un sistema universalistico di sostegno alla maternità,

esprime

PARERE FAVOREVOLE

con la seguente osservazione:

   a) valuti la Commissione di merito l’opportunità di ridurre il termine di 15 giorni entro cui utilizzare l’apposito modulo previsto dal testo unificato allo scopo di rendere ancor più stringente la tutela del lavoratore e della lavoratrice.

 

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