Attuazione legge 194, obiezione di coscienza e consultori sono punti critici

Attuazione legge 194, obiezione di coscienza e consultori sono punti critici

Dopo l’illustrazione di martedì pomeriggio, è iniziato ieri in Commissione affari sociali il dibattito sulla relazione sullo stato di attuazione della legge 194.

Delia Murer (Pd) ha espresso esprime rincrescimento per l’assenza del rappresentante del governo, anche perché nel corso dell’esame in Assemblea di alcune mozioni sul diritto all’obiezione di coscienza in ambito medico-sanitario, l’esecutivo aveva assunto l’impegno di approfondire la questione in occasione della presentazione della relazione annuale sullo stato di attuazione della legge 194.

Ha quindi ricordato che i dati disponibili confermano che, dopo un forte ricorso all’interruzione di gravidanza nei primi anni di applicazione della legge, quest’ultima ha promosso una maternità libera e responsabile e fatto emergere il fenomeno dell’aborto clandestino, ed è pertanto una normativa da difendere e da applicare. L’aspetto sul quale è opportuno ricevere una risposta dal ministro della salute, anche in considerazione del fatto che i dati contenuti nella relazione non sono recentissimi (anni 2011-2012), riguarda appunto l’aspetto dell’attuazione della legge e i profili di criticità, anche sulla questione degli obiettori di coscienza e della loro percentuale nelle diverse regioni. In proposito il ministro Lorenzin si era impegnata a fornire dati sulle modalità con le quali all’interno di ogni regione le strutture sanitarie garantivano l’applicazione della legge, mentre nella relazione in esame ci si limita a rimandare alla prossima. Il Ministro si era anche impegnata ad attivarsi per l’istituzione di un tavolo tecnico degli assessori regionali per verificare lo stato di attuazione sul numero dei medici non obiettori di coscienza e su possibili profili di discriminazione nei loro confronti: in proposito sarebbe necessario conoscere i risultati di tale lavoro. Del resto la legge rappresenta uno strumento importante ma che non fornisce risposte adeguate se non applicata in tutti i suoi aspetti, anche dell’articolo 9 (obiezione di coscienza e mobilità del personale per garantire ai pazienti la procedura dell’interruzione volontaria di gravidanza). Invece non esiste una fotografia precisa del Paese e sono numerose le situazioni in cui tutti i medici sono obiettori.

Murer si è anche soffermata sulle modalità di intervento: è accentuato il ricorso all’anestesia generale e per la somministrazione del RU486 vi è l’indicazione di ricovero di 3 giorni, anche se la relazione evidenzia che in oltre il 70 per cento dei casi le donne hanno richiesto la dimissione volontaria dopo la somministrazione. Le strutture sanitarie dovrebbero attuare un approccio più consono perché se certe modalità non sono necessarie, configurano un intervento non appropriato che produce effetti diseconomici e disincentivanti.

Altro punto delicato, secondo Murer, è rappresentato dal tema dei consultori familiari pubblici, che si trovano in una sorta di abbandono che ne limita la «mission». Dovrebbero essere invece destinatari di adeguate risorse, anche in considerazione del fatto che ad essi si rivolgono prevalentemente le giovani e le donne straniere.

Marisa Nicchi (Sel) ha voluto ricordare intanto il principio cardine della legge 194 secondo cui la scelta procreativa appartiene alla responsabilità della donna e che l’aborto sicuro e legale è fondamentale per la tutela della salute femminile, e le diseguaglianze tra le normative dei diversi paesi europei, a cui si era tentato di far fronte attraverso una determinazione del Parlamento europeo che però non ha trovato accoglimento.

Ha quindi osservato che la relazione rivela come l’Italia registri un tasso di abortività tra i più bassi rispetto ai valori registrati negli altri paesi europei, che riguarda anche le giovani, risultato ascrivibile agli effetti della normativa vigente. Carenti sono invece i dati riguardo al numero di aborti clandestini. Allo stesso modo la relazione non consente di fotografare le diversità esistenti a livello locale, non solo tra i diversi ambiti regionali ma anche tra le varie strutture sanitarie della medesima regione. Inoltre, è discutibile la valutazione sulla congruità del numero dei ginecologi non obiettori di coscienza, in quanto il dato globale riportato nella relazione non fa emergere le diversità esistenti nelle varie realtà territoriali, perché, se l’obiezione di coscienza è un diritto della singola persona, la struttura ospedaliera ha l’obbligo di garantire l’erogazione della prestazione sanitaria.

Nicchi ha chiesto infine che nella risoluzione che la Commissione dovrà votare figurino almeno quattro precisi impegni: a riferire in merito alle iniziative assunte dal tavolo tecnico; a garantire il pieno rispetto della legge 194 da parte di ogni struttura sanitaria pubblica o privata accreditata; a favorire il ricorso all’aborto farmacologico, anche praticato in day hospital; ad assumere iniziative per valorizzare e ridare centralità ai consultori familiari, che non possono essere luoghi in cui esercitare interferenze sulle scelte delle donne.

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