I lavori della Camera in diretta

Indagini amministrative sulle morti in carcere

 I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere

– premesso che:

– il sito web del Corriere della sera in data 6 febbraio 2014, ha pubblicato una videoinchiesta sul drammatico fenomeno delle morti in carcere che in poco più di un decennio sono state 2230: si tratta di decessi avvenuti per cause naturali o suicidio, ma dall’inchiesta emergono anche casi di morte dovuta a malasanità in carcere e pestaggio;

– nelle settimane passate la stampa italiana si era soffermata inoltre sul caso della cosiddetta «cella zero» del carcere di Napoli Poggioreale, dove, secondo le testimonianze, vengono perpetrate violenze e vere e proprie azioni di pestaggio contro i detenuti, episodi tra l’altro denunciati anche dal Garante regionale dei detenuti della Campania, Adriana Tocco, sui quali la magistratura ha deciso di aprire un’inchiesta;

– un’istituzione fondamentale come quella che amministra le carceri della Repubblica e una Forza di polizia democratica, come il Corpo di polizia penitenziaria, a cui sono affidate la vita e l’integrità fisica delle persone in esecuzione di pena o sottoposte a custodia cautelare, non possono essere esposte ai gravissimi sospetti di abusi, con ipotesi di violenze intollerabili e perfino ombre che riportano a responsabilità sconcertanti –:

se sia a conoscenza dei fatti emersi dalla videoinchiesta del Corriere della sera e quali indagini amministrative siano state avviate in quegli istituti penitenziari dove accadrebbero violenze verso le persone recluse e quali risultanze siano a sua disposizione, nonché quali azioni intenda mettere in atto al fine di prevenire abusi nelle carceri, rendere gli istituti di pena più trasparenti e garantire il rispetto dei più elementari diritti umani dei detenuti.

Morani (primo firmatario), Bressa, Lodolini, Vazio, Malpezzi, Richetti, Manfredi, Leva, Bruno Bossio, Lauricella, D’Attorre, Peluffo, Patriarca, Miccoli, Greco, Ginoble, Gozi, Guerra, Verini, Rampi, Scalfarotto, Ferranti, Rocchi, Faraone, Marco Di Maio, Del Basso De Caro, Genovese, Gullo, Rostan, Rotta, Sanga, Gadda, Coccia, Carrescia, Carnevali, Cardinale

Interpellanza urgente presentata l’11 febbraio 2014

La risposta del sottosegretario Cosimo Maria Ferri

(seduta del 21 marzo 2014)

Signor Presidente, devo dire che l’onorevole Marzano, in maniera sempre incisiva, efficace e brillante, ha esposto un problema serio a cui il Governo presta grande attenzione, e lo sta facendo con il massimo impegno. Lunedì il Ministro della giustizia volerà a Bruxelles proprio a parlare di questo tema, quello del sovraffollamento carcerario, e a dare le risposte che l’Europa ci chiede, che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già indicato, e che necessitano di provvedimenti concreti. La strada che stiamo percorrendo è la strada giusta, è una strada che guarda verso diverse prospettive e soluzioni. Sono più misure che, insieme, dovrebbero arrivare a portare a quel risultato che è quello di risolvere il problema che ormai tutti chiamiamo del sovraffollamento carcerario.

  Alcune delle soluzioni – e bisogna darne atto a questo Parlamento, alla Camera, Senato, siamo ora in terza lettura – e ha trovate la politica in sede legislativa dando delle soluzioni. L’onorevole Marzano ha già citato la messa alla prova, in quel provvedimento è prevista una seria depenalizzazione, ci sarà la sospensione del procedimento per gli irreperibili, ma soprattutto l’istituto della messa alla prova, che è un istituto che noi recepiamo dal processo minorile e che funziona, sta funzionando e ha funzionato nel processo minorile, e che dovrebbe, da una parte garantire la certezza della pena, dall’altra garantire la rieducazione del condannato e quindi seguire quello che la nostra Carta costituzionale, all’articolo 27, ci indica.

  Questo però non ci deve esimere dal vigilare, dal controllare e dal seguire con la massima attenzione quello che avviene all’interno degli istituti penitenziari e, quindi, riguardo a questo nell’interpellanza si citano quattro casi specifici sui quali, oggi, voglio rispondere ai deputati che li hanno evidenziati e premettere che è importante garantire i diritti umani. Ha ragione l’onorevole Marzano, i diritti umani e le dignità umana devono essere garantiti anche chi è ristretto nei nostri istituti; deve essere garantita non solo la dignità umana, ma anche il diritto alla salute. Noi però dobbiamo anche valorizzare quello che c’è di positivo, quando si parla di diritto alla salute, cioè i presidi sanitari all’avanguardia, molto importanti, che esistono anche all’interno delle nostre strutture penitenziarie, oppure la sinergia che c’è con le regioni.

  Perché poi quando si parla di Servizio sanitario nazionale – sapete meglio di me – la competenza è regionale, quindi ci sono dei protocolli davvero molto efficaci anche con le regioni, in particolare in alcune zone, che comunque cercano di contribuire e di garantire il diritto alla salute a chi è arrestato, da una parte. Dall’altra, però dobbiamo anche garantire i diritti di chi lavora all’interno degli istituti, pensiamo agli educatori, agli psicologi, alla polizia penitenziaria, perché quando si parla, ahimè, di morti all’interno degli istituti noi dobbiamo riflettere e talvolta anche fare autocritica per migliorare, però dobbiamo pensare anche a chi si toglie la vita, perché ci sono le morti naturali e poi ci sono purtroppo quelli che si tolgono la vita e purtroppo, se andiamo a vedere, è capitato non solo a chi è detenuto, ma anche a diversi agenti di polizia penitenziaria. Quindi questo è un quadro di fronte al quale dobbiamo davvero tutti insieme, Governo e forze politiche, trovare delle soluzioni e garantire i diritti di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con il nostro circuito penitenziario.

  Si citano alcuni episodi specifici nell’interpellanza a cui voglio rispondere, rappresentando però preliminarmente che dai dati in possesso del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria risulta che nell’ultimo decennio 2003-2013 si sono registrati – sono numeri che ci devono far riflettere – 1.671 episodi di decesso, di cui 581 casi di suicidio e 1.090 casi di morte naturale. I dati indicati nell’interpellanza parlavano di 2.230, in realtà sono dati che non trovano riscontro perché i dati esatti sono questi che sto indicando.

  La video-inchiesta citata dagli interpellanti riguarda poi quattro casi specifici. Il primo è quello di Marcello Lonzi, morto nel carcere di Livorno nel 2003. Su di esso risultano avviate due inchieste penali, rispettivamente dalla procura della Repubblica di Livorno e dalla procura della Repubblica di Genova, su richiesta della madre del detenuto. Queste indagini si sono concluse entrambe con l’archiviazione. Anche l’Amministrazione penitenziaria ha effettuato un’indagine e da essa non sono emerse responsabilità a carico degli operatori penitenziari, perché la morte è risultata essere avvenuta per cause naturali.

  Le risultanze degli esami autoptici disposti dall’autorità giudiziaria hanno escluso la causa violenta del decesso, essendo stato accertato che le caratteristiche morfologiche e la peculiare disposizione delle tre ferite lacero-contuse presenti al volto, cito testualmente, «fanno fondatamente ritenere che esse si siano contemporaneamente prodotte a seguito dell’urto violento contro una superficie spigolosa», mentre «le alterazioni riscontrate a livello del cuore sono di per sé più che sufficienti a suffragare l’ipotesi di una morte naturale cardiaca. La morte del Lonzi è da attribuire ad evento naturale, con maggiore probabilità, ad una aritmia maligna, che ha determinato la insufficiente irrorazione cerebrale, cui ha fatto seguito una brusca perdita di coscienza del soggetto, che in tal modo è andato ad urtare frontalmente contro lo stipite della porta della cella senza aver avuto il tempo di mettere in atto alcun meccanismo di difesa». Ho citato quello che risulta nelle perizie e negli atti giudiziari.

  Il secondo episodio riguarda la morte di Federico Perna – già ho risposto in Parlamento su un’altra interpellanza che riguardava questo caso –, morte avvenuta l’8 novembre 2013 presso il carcere di Napoli Poggioreale. Secondo il referto redatto nell’immediatezza dal sanitario del pronto soccorso interno al penitenziario, sarebbe avvenuta per «sospetto ictus». Risulta, inoltre, che durante la detenzione il Perna era stato seguito con regolarità sia dai sanitari che dal SERT, in quanto ex tossicodipendente, e dalla copia del diario clinico e della cartella di osservazione si evince, con riferimento all’ultimo periodo detentivo trascorso a Poggioreale dal 13 luglio 2013 alla data del decesso, che 31 erano stati gli interventi sanitari effettuati nei suoi confronti.

noltre, nel precedente periodo di detenzione presso l’istituto di Napoli Secondigliano, dal 7 agosto 2012 al 12 luglio 2013, era stato visitato ben 85 volte da vari medici generici e specialistici. Pertanto, allo stato, risulta che la causa della morte di Federico Perna è stata un ictus a carico di una persona che da tempo si trovava in precarie condizioni di salute. Si deve, però, attendere, per verificare più approfonditamente la correttezza di questi primi accertamenti, il definitivo completamento delle indagini preliminari ancora in corso e coperte dal segreto. Di più, quindi, non posso dire e non so, perché c’è il segreto.

  Il terzo caso riguarda il decesso di Carlo Saturno, avvenuto il 7 aprile 2011 nell’istituto penitenziario di Bari. Le indagini ispettive svolte hanno escluso la commissione di abusi o azioni violente da parte del personale di polizia penitenziaria ai danni del detenuto. L’assenza di condotte abusive è stata confermata dagli esiti delle indagini effettuate dalla procura della Repubblica e dall’esame autoptico che ha escluso la presenza di lesioni sul corpo del detenuto, confermando l’ipotesi del suicidio per soffocamento.

  Il quarto episodio descritto nella video-inchiesta, verificatosi presso l’istituto di Asti, vede, invece, il personale di polizia penitenziaria coinvolto in fatti di violenza in danno di detenuti. Il relativo procedimento penale, instaurato nei confronti di quattro appartenenti alla polizia penitenziaria per maltrattamenti ai danni di un detenuto, si è concluso con la prescrizione. Essendo tuttavia stati accertati i fatti in sede penale, il personale è stato perseguito disciplinarmente e punito con l’irrogazione, per due agenti, della sanzione grave e della destituzione e, per gli altri due, della sanzione della sospensione dal servizio per sei mesi.

  Quanto poi all’affermazione, contenuta nella video-inchiesta, di celle dove si verificherebbero delle violenze, in particolare relativamente al richiamo della presenza di una «cella zero» presso l’istituto penitenziario di Napoli Poggioreale, si rappresenta che sono in corso indagini giudiziarie ed amministrative, volte non solo ad accertare le cause del decesso del detenuto Perna ma, alla luce delle denunce nel frattempo pervenute da ex detenuti e dal garante dei diritti dei detenuti della Campania, anche a verificare la regolarità della gestione della popolazione ivi detenuta.

  Ciò chiarito sugli specifici fatti richiamati nell’interpellanza, non va comunque trascurata la complessità del sistema penitenziario che soffre, purtroppo, di rilevanti criticità, dovute al sovraffollamento, alle carenze degli organici, alla vetustà di molte strutture, a situazioni conflittuali e a tensioni non sempre di facile gestione.

  A tale riguardo, si evidenzia che di recente sono state adottate importanti misure organizzative, volte alla costruzione di un nuovo modello di detenzione, fondato sulla differenziazione dei circuiti regionali – e questo è molto importante – e sull’adozione della cosiddetta sorveglianza dinamica.

  Tale modello, distinguendo le strutture penitenziarie per tipologia detentiva, prevede la redistribuzione dei detenuti aventi caratteristiche simili, con conseguenti percorsi trattamentali ad hoc e l’adozione, nei confronti dei detenuti appartenenti al circuito ordinario, di un sistema che contempla l’apertura degli spazi per un minimo di otto ore giornaliere, apertura che, da un lato, consente di stemperare le tensioni derivanti da una forzata permanenza in cella e, dall’altro, consente agli operatori penitenziari, grazie alla maggiore presenza dei detenuti in spazi ed ambienti comuni, di acquisire una più approfondita conoscenza della persona. È importante anche ai fini del monitoraggio di eventuali situazioni di rischio, con il valore aggiunto di una maggiore sicurezza degli ambienti detentivi e di una riqualificazione del lavoro della polizia penitenziaria.

  Questo nuovo modello organizzativo, che migliora le condizioni sia detentive che operative, sembra sortire gli effetti sperati, considerato che i dati sugli eventi critici risultano complessivamente in diminuzione. Questo modello, quindi, basato appunto sul controllo e sulla sicurezza all’interno, ma nello stesso tempo sulla possibilità di dare più spazio a che vive all’interno delle celle, uno spazio inteso anche come tempo fuori dalla cella, risulta un modello nuovo ed efficace.

  Infine, quanto all’opportunità richiamata dagli interpellanti di rendere gli istituti di pena più trasparenti e garantire il rispetto dei più elementari diritti dei detenuti, si rappresenta che l’ordinamento penitenziario non solo prevede un organo indipendente, rappresentato dalla magistratura di sorveglianza, che vigila sull’organizzazione degli istituti penitenziari e sulla corretta esecuzione della pena, ma, all’articolo 67, riconosce ad una molteplicità di figure istituzionali, terze rispetto all’amministrazione penitenziaria, di visitare liberamente gli istituti penitenziari. Di recente l’elenco di tali figure istituzionali è stato integrato con l’inserimento del Garante dei diritti dei detenuti. In particolare, il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, ha istituito la figura del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, che va, tra l’altro, ad aggiungersi ad altre figure già esistenti, che sono quelle dei garanti territoriali, e tra i cui compiti – e parlo dei compiti della figura del nuovo Garante nazionale dei diritti dei detenuti – vi è quello di vigilare affinché l’esecuzione della custodia dei detenuti, degli internati e dei soggetti sottoposti a custodia cautelare in carcere o ad altre forme di limitazione della libertà personale sia attuata in conformità ai principi stabiliti dalla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall’Italia nonché alle norme dell’ordinamento giuridico interno.

 

La discussione in Aula

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