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Ricette emesse all’estero: il diritto di obiezione del farmacista e l’accesso ai farmaci

Ricette emesse all’estero: il diritto di obiezione del farmacista e l’accesso ai farmaci

Assistenza sanitaria nei paesi comunitari e ricette mediche emesse in quegli Stati sono gli argomenti di cui si occupa lo schema di decreto legislativo predisposto dal governo che recepisce la direttiva 2011/24/UE, relativa appunto ai diritti dei pazienti in merito all’assistenza sanitaria transfrontaliera, e la direttiva 2012/52/UE, che prevede misure destinate ad agevolare il riconoscimento delle ricette mediche emesse in un altro Stato membro.

Nel corso del dibattito di giovedì Maria Amato (Pd) si è soffermata su alcuni punti del testo dello schema di decreto che potrebbero essere oggetto di osservazioni o condizioni.

L’articolo 3, al comma 1, lettera b), fa riferimento alla «persona assicurata», che invece dovrebbe essere intesa come «assistito», perché «il termine assicurato rinvia ad una concezione non universalistica del sistema sanitario».

L’articolo 3, comma 1, lettera r), relativa al Portale del Ministero della salute, dovrebbe prevedere che il sito sia multilingue.

Amato ha inoltre proposto alcune modifiche al testo:

– all’articolo 4, comma 1, sopprimere le parole «nel rispetto delle scelte etiche fondamentali dello Stato italiano», perché l’unico limite per i cittadini italiani che vanno all’estero sono i livelli essenziali di assistenza;

– all’articolo 5, comma 7, va inserita la parola «tariffe» prima della parola «onorari»;

– all’articolo 8, comma 3, aggiungere dopo le parole «tariffe regionali vigenti» le parole «al netto della compartecipazione alla spesa;

– all’articolo 10, andrebbe aggiunta una disposizione che costringa le Asl ad adeguare le procedure;

– all’articolo 11, comma 3, va chiarito il riferimento ai registri nazionali o locali, magari facendo riferimento alla iscrizione agli ordini professionali;

– all’articolo 12, comma 1, andrebbe inserito il riferimento alla esigenza di non porre in atto pratiche discriminatorie, riferimento che non compare nel testo dello schema di decreto, mentre è presente nella direttiva 2011/24/UE all’articolo 11, comma 1, lettera a);

-il comma 3 dello stesso articolo 12 andrebbe soppresso perché la direttiva riconosce l’obiezione di coscienza del farmacista solo se prevista dal diritto nazionale mentre in Italia non c’è alcuna norma specifica che preveda tale obiezione di coscienza.

A tal proposito, Amato ha affermato che, se il governo intendesse introdurre il diritto di obiezione del farmacista, dovrebbe prevedere accanto a esso l’obbligo per la farmacia di garantire il servizio al cittadino, come indicato chiaramente e ripetutamente dal Comitato di bioetica, che sul punto si è espresso in due occasioni, determinando la reazione di Federfarma che non intende costringere i suoi associati ad affiancare all’eventuale farmacista obiettore, un farmacista non obiettore.

Andrebbe modificato infine, secondo Amato, l’articolo 18, poiché la «clausola di cedevolezza», di fatto, svuota il decreto se ciascuna regione adotta propri provvedimenti per adempiere alla normativa, senza che siano fissati «paletti»: andrebbero individuati i contenuti della direttiva che devono essere qualificati come «principi fondamentali», altrimenti, ogni regione potrebbe anche contraddire la direttiva e provocare l’apertura di procedure di infrazione nei confronti dello Stato italiano.

Amato ha poi espresso alcune perplessità a titolo personale, relative innanzitutto alla mancata distinzione tra prestazioni rese da strutture pubbliche e prestazioni rese da strutture private anche non accreditate, cosa che comporterà che il privato non accreditato, non avendo l’obbligo di rispettare tariffe minime o massime, potrebbe scontarle e fare concorrenza perfino alle strutture accreditate, che in forza dell’accreditamento hanno oneri maggiori.

Le associazioni dei pazienti, anche di Paesi esteri, che hanno commentato la direttiva, hanno espresso preoccupazioni comuni, tra cui quella relativa al riferimento a standard di sicurezza senza che ci sia una reale omogeneità negli standard di sicurezza nei diversi Stati membri, ma anche all’interno del medesimo Stato, come accade in Italia dove le linee guida internazionali sono contestualizzate all’interno delle diverse regioni, anzi dei diversi ospedali, attraverso protocolli e percorsi.

Preoccupazione desta anche la telemedicina, utilizzata in modo profondamente diverso da Stato a Stato: in Italia per esempio non è possibile, salvo che per alcune aree geografiche, l’uso della tele refertazione applicata a prestazioni che rientrano nei livelli essenziali di assistenza.

Elena Carnevali (Pd), condividendo le considerazioni di Maria Amato, ha chiesto al relatore di tenerne conto nella proposta di parere che presenterà alla Commissione.

Riferendosi, poi, al parere espresso sullo schema di decreto dalla Conferenza Stato-regioni, ha rilevato come esso sia volto a introdurre una serie di aggravi dal punto di vista procedurale, al punto da rendere particolarmente complesso l’esercizio del diritto dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera. Ha sottolineato, quindi, l’esigenza di garantire una programmazione accurata, al fine di consentire il più ampio accesso alle cure transfrontaliere.

Gian Luigi Gigli (Per l’Italia) si è soffermato sull’articolo 12, che disciplina il riconoscimento in Italia delle prescrizioni rilasciate in un altro Stato membro, esprimendo apprezzamento per tale disposizione che tiene conto delle difficoltà per alcune farmacie di distribuire determinati farmaci e salvaguarda il diritto del farmacista di rifiutare, per ragioni etiche, la dispensazione degli stessi farmaci.

Questa norma, a giudizio di Gigli, ripropone l’esigenza di aprire una riflessione sulla obiezione di coscienza per i farmacisti che rifiutano di dispensare farmaci «che nulla hanno a che vedere con la cura di malattie, quali ad esempio le pillole potenzialmente abortive».

Pia Locatelli (Misto-Psi) ha sottolineato che la Commissione dovrebbe riflettere sulla possibilità che alcune norme dello schema di decreto, favorendo il turismo dei pazienti da uno Stato all’altro, di fatto limita tale mobilità solo a coloro che ne avranno le possibilità economiche.

Elena Carnevali (Pd) ha riconosciuto la delicatezza del tema sollevato da Gian Luigi Gigli, al quale ha ricordato che lo schema di decreto attua anche la direttiva 2012/52/UE sul riconoscimento delle ricette mediche emesse in un altro Stato membro. Ha inoltre evidenziato come la normativa comunitaria riconosca la possibilità per uno Stato membro di non pregiudicare il diritto del farmacista a non dispensare farmaci se previsto dalla normativa di quello Stato, ma nello stesso tempo è necessario che tale diritto non si riveli discriminatorio per l’accesso ai farmaci.

Il relatore Giovanni Monchiero (Scelta Civica) , dopo le osservazioni emerse nel corso del dibattito, ha deciso di sottoporre la sua proposta di parere in una prossima seduta, dopo aver valutato quali di queste potranno essere recepite.

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