Proseguire nella costruzione di una strategia contro la povertà

La Camera,

premesso che:

– vi è assoluta necessità e urgenza di porre mano alla questione del deterioramento delle condizioni economiche di una parte della popolazione in seguito alla crisi;

– la crisi economica esplosa nel 2007 negli Stati Uniti e che ha finito per contagiare l’intero Occidente, sia in termini di fallimenti bancari che in termini di drastica diminuzione dei livelli occupazionali, ha prodotto, per quanto concerne il nostro Paese, un radicale cambiamento socio-economico, i cui effetti sono destinati a perdurare negli anni a venire ed a pesare inevitabilmente sulle generazioni future;

– classi sociali, che fino a pochi anni fa si potevano ritenere al riparo dal rischio povertà, potendo esse contare su una sicurezza economica legata alla stabilità lavorativa, si sono viste, con il passare del tempo, coinvolte in una spirale economico-finanziaria che ha finito col minacciare il loro tenore di vita;

– recenti fatti di cronaca hanno evidenziato in modo drammatico la disperazione in cui versano i cittadini che subiscono questi processi di impoverimento;

– gli effetti della crisi si sono verificati in un contesto di progressivo smantellamento delle risposte del welfare locale;

– in solo sette anni, dal 2005 al 2012, il numero gli italiani che vivono in povertà assoluta è raddoppiato. Nel 2012, anno a cui risalgono gli ultimi dati dell’Istat le famiglie che versavano in una condizione di povertà assoluta erano un milione e 725 mila (il 6,8 per cento delle famiglie residenti) per un totale di oltre 4,8 milioni di persone (l’8 per cento, della popolazione), di questi poco più di 2,3 milioni erano residenti al Sud;

– la perdurante crisi economica ha prodotto l’impoverimento di un’ampia parte della popolazione, ma non ne ha impedito la fruizione dei beni e dei servizi essenziali, a differenza di chi non raggiunge «uno standard di vita minimamente accettabile» calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a una situazione abitativa decente e ad altre spese basilari come quelle per la salute, i vestiti e i trasporti;

– si stima che la ripresa potrà ridurre l’attuale percentuale di povertà assoluta ma non di molto dato che la sua maggiore presenza è un fenomeno strutturale, così come il suo nuovo profilo, non concentrandosi più esclusivamente nel meridione e tra le famiglie numerose (con almeno tre figli) anche se queste rimangono le realtà dove risulta maggiormente presente;

– negli ultimi anni si è assistito, infatti, ad un incremento sempre crescente di tale fenomeno in segmenti della popolazione prima ritenuti immuni: il Nord – dove le persone in povertà assoluta sono aumentate dal 2,5 per cento (2005) al 6,4 per cento (2012) – e le famiglie con due figli (dal 4,7 per cento al 10 per cento);

– è cresciuta anche l’insicurezza di non essere più in grado di far fronte a eventi negativi come per esempio una improvvisa malattia, associata a non autosufficienza, di un familiare, o l’instabilità del rapporto di lavoro, o gli oneri finanziari sempre maggiori;

– la diffusione del precariato fra le giovani generazioni rende questa categoria tra quelle a maggior rischio di povertà, rinviando le possibilità ed il desiderio di una vita in coppia e di procreare, con riflessi negativi sul tasso di natalità;

– per fronteggiare questa situazione, l’impegno dei comuni e delle tante realtà non profit impegnate nel territorio o dei conoscenti o ad altri, non è sufficiente ed i grandi numeri della povertà di oggi fanno sì che, nella maggior parte dei casi, chi sperimenta questa condizione debba innanzitutto contare sulle proprie forze;

– l’Italia è l’unico paese dell’Europa a 15, insieme alla Grecia, privo di una misura nazionale a sostegno di chi si trova in questa condizione;

– anche se con differenze, le legislazioni degli altri paesi membri UE prevedono fondamentalmente un contributo economico per affrontare le spese primarie accompagnato da servizi alla persona (sociali, educativi, per l’impiego) che servono ad organizzare diversamente la vita di queste persone aiutandole a cercare di uscire dalla povertà;

– si tratta, null’altro, che della messa in opera del patto di cittadinanza tra lo Stato e il cittadino in difficoltà: chi è in povertà assoluta ha diritto al sostegno pubblico e il dovere d’impegnarsi a compiere ogni azione utile a superare tale situazione;

– alcune delle misure messe in atto dai Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, a partire dalla «social card», non hanno sortito gli effetti desiderati: si è trattato di provvedimenti tampone che non hanno intaccato il problema strutturalmente e contrastato adeguatamente i disagi derivanti dalla condizione di povertà assoluta;

– in uno Stato moderno la spesa sociale dovrebbe svolgere una funzione di perequazione delle differenze in termini di dotazione di servizi tra i territori, operando in particolare una redistribuzione delle risorse in base ai rischi specifici dei diversi comparti quali la povertà, le condizioni di salute per la sanità, il disagio per l’assistenza sociale e l’investimento in capitale umano per l’istruzione;

– recentemente sono state elaborate alcune iniziative per contrastare questo fenomeno tra le quali si distinguono quella elaborata da un gruppo di lavoro insediato presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali presieduto dal Vice-Ministro Guerra, volte all’introduzione di una nuova misura di contrasto alla povertà, il SIA (Sostegno all’inclusione Attiva) e quella elaborata dalle Acli e Caritas che hanno proposto il REIS (Reddito d’inclusione Sociale) fino ad arrivare all’elaborazione del Piano nazionale contro la povertà propugnato da Alleanza contro la povertà in Italia, un insieme di soggetti sociali che ha deciso di unirsi per contribuire alla costruzione di adeguate politiche pubbliche contro la povertà assoluta nel nostro paese;

– il Piano nazionale contro la povertà, da avviare nel 2014, contiene le indicazioni concrete affinché venga gradualmente introdotta una misura nazionale, rivolta a tutte le persone in povertà assoluta nel nostro Paese, che si basi su una logica non meramente assistenziale ma che sostenga un atteggiamento attivo dei soggetti beneficiari dell’intervento;

– sin dal 2014, la misura consiste nel diritto ad una prestazione monetaria accompagnato dall’erogazione dei servizi necessari ad acquisire nuove competenze e/o organizzare diversamente la propria (Servizi per l’impiego, contro il disagio psicologico e/o sociale per esigenze di cura e altro);

– in via sperimentale si procede al varo di una «Nuova Social Card» (12 grandi comuni), della «Carta per l’inclusione Sociale» (8 regioni sud) e della Carta Acquisti tradizionale (quella introdotta nel 2008);

– l’avvio della nuova misura sulla lotta alla povertà assoluta non dovrà considerarsi in alcun modo sostitutivo del necessario rifinanziamento del Fondo nazionale politiche sociali e del Fondo Non autosufficienza, oggetto peraltro negli anni recenti di tagli radicali;

– evidenziare la necessità del finanziamento statale non significa assolutamente svilire tutto quello che è già stato realizzato nel territorio contro la povertà che, al contrario, dovrà essere valorizzato e confluire nella riforma, mentre dovranno rimanere comunque destinate alla spesa sociale per le famiglie in condizione disagiata le risorse attualmente impiegate nella lotta alla povertà a livello regionale e territoriale;

– allo stesso modo, tutto il patrimonio di esperienze maturate a livello territoriale, da parte di enti locali, terzo settore e organizzazioni sociali, dovrà essere valorizzato nella costruzione della riforma e confluire in essa;

– nel progetto del Piano nazionale contro la Povertà si prevede che l’apporto finanziario di donatori privati possa svolgere un ruolo di rilievo, con funzione complementare rispetto al necessario finanziamento statale del livello essenziale,

impegna il Governo:

– proseguire nella costruzione di una strategia di lungo respiro per la lotta alla povertà, inserendola tra le priorità delle politiche di Governo, mirante alla graduale introduzione di una misura nazionale, rivolta a tutte le persone in povertà assoluta nel nostro Paese, che si basi su una logica non meramente assistenziale ma che sostenga un atteggiamento attivo dei soggetti beneficiari dell’intervento;

– a prevedere quindi che il beneficio, oltre a essere limitato nella sua estensione temporale, non si riduca a sole misure economiche, ma debba accompagnarsi a un patto virtuoso con il quale definire un piano personalizzato volto al reinserimento lavorativo e alla più generale inclusione sociale dell’intero nucleo familiare, prevedendo specifici impegni in termini di contatti con i servizi, ricerca attiva di lavoro, adesione a progetti di formazione, frequenza e impegno scolastico dei figli, assistenza ai membri disabili e tutela della salute della famiglia;

– a valutare la possibilità di assumere iniziative per potenziare l’utilizzo dello strumento delle deduzioni e delle detrazioni fiscali per le spese relative all’assistenza e al sostegno delle famiglie con componenti minori, persone non autosufficienti e anziani, al fine di facilitare l’accesso ai servizi per le famiglie meno abbienti e con maggior carico di bisogni e per ridurre allo stesso tempo le forme di lavoro nero e l’evasione fiscale, escludendo – con riferimento alla clausola di salvaguardia della legge di stabilità – le detrazioni per carichi familiari dalle previste riduzioni di aliquota;

– a procedere celermente, previa intesa in Conferenza unificata, alla firma del riparto delle risorse del fondo nazionale per le politiche sociali concordato in sede di Conferenza delle regioni, al fine di rendere queste risorse immediatamente disponibili alle regioni e quindi agli enti gestori;

– ad assumere iniziative per introdurre nella normativa del nostro Paese i livelli essenziali delle prestazioni socio-assistenziali, affinché si possa realizzare su tutto il territorio nazionale una rete integrata di servizi;

– a stabilizzare gli strumenti per l’inclusione attiva già disponibili e accelerare l’avvio degli interventi già finanziati;

– a definire, nel rispetto dei vincoli di bilancio, il punto di arrivo della misura del SIA a regime, identificando una data di arrivo certa per l’universalizzazione dei benefici alla platea degli aventi diritto, a partire dalla quale tutte le famiglie in povertà assoluta beneficeranno dell’intervento;

– a definire, nel rispetto dei vincoli di bilancio, le tappe intermedie di un percorso pluriennale che contenga indicazioni concrete per la graduale estensione dei provvedimenti per l’inclusione attiva, fino al concreto raggiungimento dell’obiettivo, specificando l’ampliamento dell’utenza e il relativo finanziamento, previsto per ogni annualità;

– a definire i criteri per l’allargamento della platea dei beneficiari, secondo un ordine di priorità, e valutare le seguenti condizioni tra i criteri di individuazione dei soggetti più fragili: famiglie numerose, presenza di disabili, famiglie monogenitoriali, povertà minorile, anziani soli;

– a destinare l’intervento di contrasto alla povertà al nucleo familiare, prevedendo che le azioni messe in atto vadano a beneficio dell’intero nucleo familiare cui appartiene il soggetto percettore e non solo del singolo;

– a valutare, al termine della fase biennale di sperimentazione, la possibilità di rivedere le scale di equivalenza dell’ISEE utilizzando i fattori di correzione suggeriti dall’ISTAT e dall’Osservatorio nazionale per la famiglia (fattore famiglia), mantenendo nel contempo gli incrementi per disabilità, monogenitorialità, vedovanza, disoccupazione, per fare in modo che tale strumento tenga conto di tutte le spese per i figli e per renderlo meglio corrispondente alla reale situazione socioeconomica ed al carico assistenziale delle famiglie;

– a promuovere la reale integrazione di tutti gli interventi (statali, delle regioni e degli enti locali) tale da costruire un piano nazionale contro la povertà assoluta in cui tali interventi siano coordinati;

– a pervenire ad uno strumento capace di integrare l’azione dello Stato con quella degli enti locali, del terzo settore e del volontariato, prevedendo il coinvolgimento attivo del terzo settore e del volontariato nella programmazione, nella progettazione e nella gestione degli interventi di accompagnamento e in particolare nell’affiancamento della persona e della famiglia;

– a sviluppare in particolare tra le misure di reinserimento quelle che permettono a una persona di mettere le sue capacità a servizio dei soggetti svantaggiati della società, come il Servizio civile volontario o forme di lavoro socialmente utile;

– ad incoraggiare la partecipazione complementare dei donatori privati, favorendola attraverso opportuni meccanismi di detassazione;

– ad assumere iniziative dirette a stabilizzare, anche in risposta alle recenti determinazioni della Corte dei conti e nel rispetto dei vincoli di bilancio, lo strumento del 5 per mille dell’IRPEF a favore delle organizzazioni no-profit, cancellandone il tetto per assicurare che tutto il ricavato del gettito sia effettivamente allocato secondo le indicazioni dei contribuenti;

– a mettere in atto opportuni interventi, anche attraverso il coinvolgimento del volontariato degli enti no-profit, per superare il problema dell’informazione nell’accesso ai servizi che potrebbe penalizzare proprio i soggetti più diseredati;

– a contrastare il gioco di azzardo, quale forma di prevenzione dell’impoverimento delle famiglie.

Gigli (primo firmatario), Patriarca, Dorina Bianchi, Bobba, Sberna, Roccella, Lenzi, Binetti, Dellai, Sereni, Cimmino, Preziosi, Marguerettaz, Iori, Murer, Argentin, Carnevali, Capone, Scuvera, Basso, Biondelli, Piccione, D’Incecco, Amato, Paola Bragantini, Terrosi, Antezza

Mozione discussa e approvata nella seduta del 15 gennaio 2014

La dichiarazione di voto di Luigi Bobba

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