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Uno strumento nazionale di contrasto della povertà: il Sia

Uno strumento nazionale di contrasto della povertà: il Sia

Garantire un reddito minimo a tutte le famiglie italiane che vivono sotto la soglia di povertà: è questo l’obiettivo con il quale, nella scorsa primavera, il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, ha nominato un gruppo di lavoro composto da Massimo Baldini, Tito Boeri, Paolo Bosi, Andrea Brandolini, Daniele Checchi, Cristiano Gori, Elena Granaglia, Vito Peragine, Emanuele Ranci Ortigosa, Stefano Sacchi, Chiara Saraceno, Antonio Schizzerotto, Giovanni Tria e Ugo Trivellato, e presieduto dal vice ministro Maria Cecilia Guerra.

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La copertina della relazione del gruppo di lavoro

Dopo tre mesi di lavoro, il gruppo ha prodotto una relazione finale che è stata presentata nella Sala Zuccari del Senato mercoledì 18 settembre. Il documento si intitola «Verso la costruzione di un istituto nazionale di contrasto alla povertà» e in 22 pagine spiega quale potrebbe essere lo strumento che, meglio di assegni di povertà o social card, potrebbe sostenere in modo equo e omogeneo su tutto il territorio nazionale quanti vivono al di sotto di un determinato limite di reddito aiutandoli allo stesso tempo a mantenere un ruolo attivo nella società. Il gruppo di lavoro lo ha chiamato Sostegno per l’inclusione attiva (Sia).

Le sei caratteristiche principali

Il Sia è una misura di sostegno rivolta a tutte le persone in difficoltà economica e vuole liberare l’Italia dal ruolo di Paese dell’Unione europea che spende meno e in modo poco efficace rispetto alla media comunitaria.

Sono sei gli aspetti qualificanti del Sia.

E’ una misura nazionale: si rivolge a tutti e con le stesse modalità, senza distinzioni di carattere territoriale. E’ universale: non è condizionato alla presenza di una determinata caratteristica individuale o familiare, se non l’insufficienza di risorse economiche. In questo senso è assimilabile al Sistema sanitario nazionale o all’istruzione primaria e secondaria, non ad altre misure di protezione sociale, che sono sempre state ispirate da «principi categoriali» (pensioni, assegni sociali e integrazioni al minimo spettano alla categoria degli anziani, l’assegno per nuclei con tre minori a quella delle famiglie numerose, la Carta acquisti alle famiglie con minori e in grave disagio lavorativo). Tutti sono uguali di fronte al bisogno, insomma, così il Sia può rappresentare un utile mezzo per rafforzare la coesione sociale, e la revisione dell’Isee dovrebbe costituire un «significativo avanzamento nella capacità di realizzare efficacemente la prova».

Il Sia, poi, è un intervento di contrasto alla povertà, riservato a singoli e famiglie poveri, non è quindi un reddito di cittadinanza incondizionato. E’ un programma di inserimento sociale e lavorativo: il sussidio è preceduto e accompagnato dalla sottoscrizione di un «patto di inserimento» tra i membri del nucleo familiare beneficiario del Sia e i servizi sociali locali. I primi si impegnano a praticare attività di inserimento che, per gli adulti, possono essere corsi di formazione e riqualificazione professionale, cura per minori e familiari non autosufficienti, garantire la frequenza scolastica dei figli e le prassi di prevenzione per la salute. Proprio questo aspetto rende il Sia una misura costosa, ma è indispensabile per offrire l’opportunità a che ne beneficia di poter ridiventare economicamente autonomo.

Il Sia, inoltre, è un intervento a base familiare ma che è attento anche ai singoli, le varie misure, infatti, sono rivolte ai singoli componenti della famiglia, ed è indirizzato a chi vive stabilmente in Italia, anche gli immigrati legalmente residenti. Per questi ultimi, il gruppo di lavoro ha immaginato un periodo minimo di residenza nel nostro Paese, che comunque non dovrebbe essere superiore a due anni.

Ammontare e durata della prestazione

Per elaborare le soglie di reddito al di sotto delle quali si può usufruire del Sia, secondo il gruppo di lavoro, potrebbero essere prese a riferimento le stime delle soglie di povertà assoluta fornite dall’Istat prevedendo anche criteri che permettano di costruire soglie di povertà differenziate che tengano conto della variabilità dei costi di beni e servizi ripartendoli per grandi aree geografiche, per i centri urbani più grandi e per la composizione quantitativa delle famiglie.

Per stabilire l’ammontare della prestazione bisognerebbe fare riferimento, non al reddito equivalente Isee ma a un reddito familiare complessivo, che si distingue dal primo per due aspetti: il ruolo del costo dell’abitazione e il trattamento delle prestazioni assistenziali.

L’abitazione andrebbe considerata come un’attività di investimento, quindi il valore dei servizi connessi alla casa andrebbe considerato nella definizione del reddito disponibile per la famiglia.

Riguardo alle prestazione socio-assistenziali, il gruppo di lavoro ha indicato tre metodi alternativi per procedere:

1. includere nel reddito familiare tutte le prestazioni socio-assistenziali di cui si beneficia, tenendo conto dei problemi legati alla presenza di disabili; il limite di questa scelta è che il calcolo avviene al lordo dell’Irpef pagata dalla famiglia;

2. sottrarre al reddito, comprensivo delle prestazioni assistenziali, le imposte pagate; la difficoltà in questo caso è legata ai molteplici regimi sostitutivi esistenti, che renderebbero molto complesso l’importo delle imposte pagate;

3. sottrarre al reddito, comprensivo delle prestazioni assistenziali, solo i versamenti per l’Irpef.

La soluzione più equa e meno difficile da applicare, secondo il gruppo di lavoro, è la prima.

Bisognerebbe tenere conto anche del patrimonio della famiglia nello stabilire i criteri di accesso al Sia, in particolare andrebbero previste delle soglie patrimoniali al di sopra delle quali non si ha diritto alla prestazione. Queste andrebbero calcolate facendo riferimento alla componente dell’Isee patrimoniale al loro delle franchigie esistenti.

Per non concedere sostegni a nuclei familiari che non sono poveri effettivamente poveri – un rischio sempre elevato in un Paese come il nostro con un alto tasso di evasione fiscale e una percentuale consistente di lavoro nero – la proposta del gruppo di lavoro suggerisce di tenere conto dei comportamenti di consumo, cioè verificare la presenza nella famiglia di consumi “superflui” o comunque voluttuari, che rappresentano indizi di benessere economico.

L’erogazione del Sia dovrebbe durare fin quando esiste lo stato di bisogno, condizione che può essere tenuta sotto controllo con una periodica riconsiderazione complessiva (preferibilmente ogni sei mesi) della situazione del beneficiario. E’ comunque importante che l’erogazione della prestazione sia organizzata su base annuale e non sia legata allo scadere di bandi o altro, come avviene attualmente con alcune misure di sostegno alla povertà.

L’erogazione del Sia

Il soggetto istituzionale più indicato per erogare la prestazione è l’Inps, che possiede tutte le informazioni necessarie per la prova della sussistenza della condizione di povertà. La modalità di erogazione più semplice potrebbe essere il trasferimento del denaro, ma si potrebbe prendere in considerazione anche lo strumento della carta a debito, purché si elimini l’effetto di «stigma sociale» che caratterizza oggi strumenti analoghi come la Carta acquisti.

La gestione territoriale

La gestione a livello territoriale del Sia spetterebbe ai comuni, organizzati in distretti: gli Ambiti socio-assistenziali. Loro compito sarebbe l’accoglimento delle domande e la definizione delle condizionali di accesso da prevedere nel patto di inserimento. Con gli ambiti dovranno collaborare i Centri territoriali per l’impiego, le scuole, le amministrazioni pubbliche, il terzo settore e altri soggetti privati. Alle Regioni spetterà il compito di raccordo tra livello nazionale e locale e quello, importantissimo, di monitoraggio e controllo dell’attività degli Ambiti socio-assistenziali.

Sarà invece responsabilità del governo centrale ridurre al minimo le differenze locali nell’applicazione del Sia per garantire l’effettiva equità su tutto il territorio nazionale del servizio erogato.

Monitoraggio

Le attività di monitoraggio e valutazione saranno essenziali per la riuscita del Sia. Bisognerà prevedere un’attività di controllo sulle famiglie tramite l’Inps e l’osservazione diretta, almeno nella prima fase, di 50-60 ambiti socio-assistenziali per verificare la rispondenza tra previsione della misura, modi in cui è realizzata e ostacoli che si presentano.

L’attività di valutazione sullo stato delle famiglie dovrà procedere a due onde: una prima dell’ammissione al programma e una 12-18 mesi dopo. Andranno coinvolti in questa valutazione, non solo i beneficiari, ma anche famiglie che si trovino nella fascia di reddito disponibile immediatamente superiore alla soglia di povertà prevista dal Sia (un’esperienza simile è in corso nella provincia di Trento per un programma di contrasto alla povertà).

I costi del Sia

Le famiglie senza reddito (fonte: Giornalettismo)
Le famiglie senza reddito (fonte: Giornalettismo)

I costi del Sia sono connessi alle prestazioni monetarie e ai programmi di inserimento sociale da sottoscrivere tra beneficiario e Ambito socio-assistenziale. Se le prime sono più facilmente quantificabili, i secondi risultano meno definiti.

Il gruppo di lavoro prevede comunque un costo, a regime, di 7-8 miliardi di euro all’anno, che potrebbero ridursi in caso di ripresa economica. Un programma con costi simili potrebbe raggiungere circa il 6 per cento delle famiglie italiane.

I costi potrebbero ridursi se, all’introduzione del Sia, si accompagnasse una razionalizzazione delle politiche di sostegno alle famiglie con l’introduzione dell’assegno unico per i figli in luogo delle detrazioni per familiari a carico e dell’assegno al nucleo familiare. In questo caso il costo del Sia, a regime, potrebbe essere addirittura dimezzato, secondo le stime del gruppo di lavoro.

Per reperire i fondi necessari al finanziamento del Sia, la previsione formulata dal gruppo di lavoro è quella di riformare assegni sociali e pensioni integrate al minimo ora destinati a famiglie con Isee superiore a 26,8 e 33,7 mila euro (risparmio di 2-3 miliardi) e di recuperare altri 4 miliardi attraverso il riordino delle pensioni di guerra indirette, un contributo di solidarietà dei pensionati d’oro, un riordino delle agevolazioni fiscali e un inasprimento delle tasse su concorsi a premio, lotto e lotterie.

Attualmente i comuni italiani spendono circa 800 milioni di euro in programmi di contrasto alla povertà: con l’introduzione del Sia quelle risorse sarebbero assorbite nel finanziamento dei servizi per le attività di inserimento.

 

Tra tante previsioni e ipotesi, un punto al gruppo di studio appare certo: lo Stato italiano deve prevedere un «limite minimo di impegno finanziario» per rispettare il principio della universalità del Sia, e questo limite è quantificato in almeno 1,5 miliardi di euro all’anno. Se dovessero mancare le risorse necessarie, la soluzione che gli esperti suggeriscono è quella di estendere il più possibile il sistema della Carta acquisti, riducendo la ripartizione per categorie che attualmente la caratterizza.

Poiché il Sia si configura come un programma che definisce un livello essenziale di prestazione sociale (Lep), il suo finanziamento, ai sensi dell’articolo 117 comma 2lettera m della Costituzione, ricade interamente sul governo centrale, che deve garantire fonti e flussi finanziari per tutte le spese. Alle Regioni spetterebbe invece, come detto in precedenza, il compito di controllare attentamente il comportamento degli Ambiti socio-assistenziali per impedire quelli che il gruppo di lavoro definisce «comportamenti di azzardo morale, volti a massimizzare l’accesso al programma e la conseguente fruizione da parte del maggior numero di cittadini residenti nel proprio territorio». Anzi, per le amministrazioni che non gestiscono adeguatamente le misure del Sia andrebbero previste sanzioni.

Interventi radicali e nuovi, quindi, a tutti i livelli e in tutte le fasi perché adesso più che in passato «è necessario e urgente un intervento che garantisca un diritto delle persone sancito dalla Costituzione e dalle Carte internazionali dei diritti dell’uomo troppo a lungo ignorato, imprimendo una svolta alla logica minimalista e frammentaria degli interventi dell’ultimo quindicennio».

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