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Lettera di Elena a Bergamonews sullo ius soli

Lettera di Elena a Bergamonews sullo ius soli

Gentile redazione,

 

tra tutti i sindaci bergamaschi Enea Bagini è certamente tra i più informati per conoscenza diretta, in merito ai problemi dell’immigrazione, dal momento che il suo comune, Ciserano, è ad altissima densità di immigrati. Per questo ho letto con attenzione la sua intervista e vorrei condividere alcune considerazioni su un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

La politica sulle migrazioni nel nostro Paese negli anni dei governi di centrodestra è stata regolata più slogan e proclami propagandistici che da fatti che aiutassero a risolvere i problemi. Basta vedere, come dice Bagini, i fallimenti della legge Bossi-Fini: non soltanto inefficace per affrontare il fenomeno migratorio, trattato prevalentemente come un problema di sicurezza, ma anche una legge dannosa perché genera clandestinità. Il risultato è che i comuni e le associazioni sono lasciati soli ad affrontare una questione che è di portata europea. Slogan gretti e anacronistici non servono a nulla, servono invece nuove leggi sulle migrazioni, con il potenziamento delle politiche di coesione e di inclusione sociale, puntando anche su quelli che il sindaco Bagini individua come i principali veicoli di inclusione: la scuola e le attività che investono il tempo libero, come gli sport.

Un tema strettamente collaterale è quello della cittadinanza per i bambini figli di migranti che nascono in Italia, lo “ius soli”, quello che Bagini un po’ semplicisticamente definisce “una scelta sbagliatissima, una scorciatoia”. È bene dire subito che le leggi che tutelano il diritto di cittadinanza elaborate dai singoli stati non sono giuste o sbagliate in astratto, ma dovrebbero cercare di adattarsi alle diverse situazioni storiche così da affrontarle nel modo migliore. Nel nostro Paese vige il cosiddetto “ius sanguinis”: è italiano chi è figlio di genitori italiani. Questa norma è dovuta al fatto che l’Italia è stata per molto tempo un paese di emigranti, quindi era necessario che la cittadinanza non fosse legata al luogo di nascita, ma ai genitori, che nel frattempo potevano essersi trasferiti all’estero per trovare lavoro. Negli ultimi vent’anni, però, questa tendenza si è invertita: da paese di emigranti, la nostra è diventata una nazione che ha attirato migranti. Lo “ius sanguinis” non risponde più in maniera adeguata alle questioni che sorgono nel momento in cui si diventa un paese ospitante. Per questo non soltanto il Partito Democratico, ma tutti i partiti (con l’eccezione significativa della Lega Nord) hanno presentato in questi mesi in Parlamento ben trenta proposte di modifica alla legge sulla cittadinanza che vanno nella direzione di introdurre uno “ius soli” temperato, cioè un diritto di cittadinanza legato sì al luogo di nascita del bambino, ma anche al tempo di residenza in Italia dei genitori. In Parlamento è nato un intergruppo sull’immigrazione, formato da parlamentari di tutte le forze politiche, per cercare di stilare insieme un testo che sia condiviso da tutti noi parlamentari e che sia, soprattutto, a tutela dei figli delle persone che ormai vivono e lavorano in Italia da anni. Molte di queste persone sono perfettamente integrate nel territorio italiano, lavorano nelle aziende italiane, hanno acquisito usi e costumi del nostro Paese e hanno intenzione di continuare a vivere stabilmente in Italia. I loro figli, nati in Italia, parleranno già dai loro primi anni di vita la nostra lingua, frequenteranno asili nido, scuole materne, scuole dell’obbligo insieme con i nostri figli. Cresceranno con i nostri figli. Avranno tutti i diritti di essere e di sentirsi italiani. Non sono pochi questi bambini e ragazzi. Sono più di 500.000.

Il punto nodale su cui ci sarà da discutere per arrivare a una soluzione comune è il lasso di tempo che deve trascorrere da quando i genitori di un bambino nato in Italia sono residenti nel nostro Paese affinché il bimbo sia effettivamente italiano. Per il PD, uno dei genitori deve risiedere regolarmente in Italia da almeno cinque anni: altre forze politiche propongono un periodo di tempo più o meno lungo, altre ancora chiedono di tener conto del percorso scolastico compiuto dai bambini, al termine del quale essi potranno chiedere la cittadinanza. Nessun automatismo quindi, ma l’acquisizione della cittadinanza per chi ha precisi requisiti che dimostrano l’interesse a vivere in Italia e ad integrarsi nelle sue regole.

Come denuncia Bagini, le lungaggini burocratiche, le lunghe e ripetute code per un rinnovo di permesso di soggiorno o per qualsiasi altra pratica legata all’immigrazione possono far scegliere la richiesta di cittadinanza come scorciatoia per liberarsi da questi adempimenti spesso subiti in condizioni degradanti e umilianti, indegne di un paese moderno e civile.  Ma è un errore ridurre il diritto di cittadinanza a semplice elemento utilitaristico: esso è invece uno dei principali strumenti di inclusione sociale, poiché permette a un bambino di crescere sentendosi parte attiva di una comunità, non ospite tollerato a fatica, ma elemento di forza per lo sviluppo futuro del nostro Paese. Spiace quindi che uno strumento tanto prezioso possa venir letto come una scorciatoia, quando si tratta invece di una grande opportunità di integrazione.

Infine, due parole sul patto di stabilità, i cui effetti conosco bene, essendo stata per diversi anni un’amministratrice: il ministro Delrio il 7 agosto scorso ha garantito che il Governo si impegna a rivedere le regole che determinano i vincoli del patto di stabilità in accordo con i comuni. Siamo in attesa di questi importanti provvedimenti, che potrebbero agevolare, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti, la ripresa economica per il nostro Paese.

 

Cordiali saluti,

Elena Carnevali

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