Il cielo sopra le carceri italiane

Il cielo sopra le carceri italiane

65.886 detenuti, 23.265 dei quali stranieri, nonostante una capienza regolamentare di 46.995 unità. Sono questi i dati che fotografano la condizione dei 206 istituti penitenziari italiani alla data del 31 maggio scorso.

Di tutti i detenuti, 24.342 sono ancora imputati, quindi non condannati definitivamente, e 12.120 di loro attendono la sentenza di primo grado.

In queste settimane è in discussione alla Camera il disegno di legge delega al governo sulle misure alternative al carcere e sull’estensione dell’istituto della messa alla prova ai condannati maggiorenni. Intanto, pochi giorni fa il governo ha approvato quello che i giornali hanno chiamato “decreto svuota carceri” (definizione che la Ministra della giustizia, Annamaria Cancellieri, ha contestato) e che prevede la sospensione del regime carcerario per persone considerate «di non elevata pericolosità», l’ampliamento delle possibilità di accedere a misure alternative come la messa alla prova per i detenuti tossicodipendenti e l’immediata incarcerazione solo per i condannati in via definitiva (rimane però la custodia cautelare in carcere per persone ritenute pericolose o per reati che l’ordinamento penitenziario classifica come gravi) attraverso l’estensione dell’uso della “liberazione anticipata”, per cui il pubblico ministero, prima di chiedere l’ordine di carcerazione, verifica se vi siano le condizioni per concedere la liberazione anticipata e investa, in caso di valutazione positiva, il giudice competente della relativa decisione. In questo modo, il condannato potrà attendere da libero la decisione.

 

L’edilizia carceraria

detenuti-reatoIl problema del sovraffollamento delle carceri italiane si trascina da molti anni e più volte il nostro Paese è stato condannato dalla Corte di giustizia europea. Nel medio periodo la questione può essere risolta con il piano per l’edilizia carceraria, che attualmente procede secondo le previsioni ma che fin qui ha consegnato 750 nuovi posti e avviato gare di appalto per il completamento di nuovi padiglioni, che renderanno disponibili ulteriori 4.022 posti detentivi entro la fine del 2013. Numeri non sufficienti per annullare il divario di quasi ventimila posti tra detenuti “regolamentari” e detenuti effettivi.

 

L’indulto

In passato sono state tentate soluzioni come l’indulto (nel 2006 ridusse la popolazione carceraria da 61.264 a 39.005, ma questi effetti positivi furono riassorbiti nel corso del 2008, dopo nemmeno due anni), più di recente si è puntato sull’estensione degli arresti domiciliari (misura approvata dal Parlamento nella passata legislatura) alle pene non superiori a 18 mesi. Così, i detenuti passati dalle carceri agli arresti domiciliari sono stati nel periodo dal 16 dicembre 2010 al 31 maggio 2013 10.791. Mentre, nello stesso periodo, i condannati a cui è stata applicata direttamente questa misura sono stati 3.462.

 

La delega al governo

In questa legislatura, la Camera sta esaminando invece un provvedimento sulle misure alternative al carcere e la messa alla prova. Il testo prende le mosse da un provvedimento d’iniziativa del Partito Democratico, al quale è stato abbinato un testo identico di iniziativa del deputato Costa (Pdl), che riproponeva il testo già approvato dalla Camera dei deputati nella passata legislatura, il cui iter si era interrotto a causa dell’opposizione di Lega, Italia dei Valori, Fratelli d’Italia.

Nelle scorse settimana la Commissione Giustizia ha varato un testo composto di 14 articoli che prevede:

– la delega al Governo per l’introduzione di pene detentive non carcerarie;

– l’adozione, anche nel processo penale ordinario, della sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato;

– una nuova disciplina della sospensione del procedimento nei confronti degli irreperibili.

Questo provvedimento, quindi, a differenza dei precedenti interviene sull’emergenza carceraria ma va anche nella direzione di un migliore funzionamento della giustizia penale nel suo complesso. In particolare, il testo prevede che per i reati di minore allarme sociale con pene inferiori a sei anni e nei casi in cui non vi sia il pericolo che il condannato commetta altri reati o possa ledere le esigenze di tutela delle persone offese dal reato, sia possibile scontare la pena con percorsi alternativi alla carcerazione (detenzione domiciliare) nonché svolgere programmi di recupero e lavori di pubblica utilità, ottenendo la sospensione del processo e, in caso di buon esito, di estinzione del reato.

Il provvedimento ha anche il merito di avviare l’attuazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo dell’8 gennaio 2013, che ha condannato il nostro Paese per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in relazione alle condizioni di vita carceraria, ritenute «trattamento inumano e degradante». La sentenza prevede che l’Italia entro un anno, a partire dalla data in cui la sentenza è diventata definitiva (27 maggio 2013), dovrà introdurre «un ricorso o un insieme di ricorsi interni idonei ad offrire un ristoro adeguato e sufficiente per i casi di sovraffollamento carcerario, in conformità ai principi stabiliti dalla giurisprudenza della Corte». La sentenza ha disposto inoltre a favore dei ricorrenti un equo indennizzo pecuniario: lo Stato italiano dovrà versare ai ricorrenti, entro tre mesi a decorrere dal giorno in cui la sentenza è divenuta definitiva, un cifra complessiva di circa 100mila euro, più gli interessi in caso di ritardo del versamento oltre la scadenza indicata.

Per altro, il testo all’esame della Camera non intende mettere a repentaglio la tutela delle esigenze di sicurezza sociale. La delega al governo, infatti, non prevede alcuna automaticità nell’applicazione in sede di condanna alla detenzione domiciliare, bensì una specifica ponderazione da parte del giudice di merito degli elementi che qualificano la gravità del reato. La pena, nel caso di reclusione ai domiciliari, sarà applicata solo se sarà esclusa la pericolosità sociale dell’imputato e per reati di non particolare allarme sociale. Non si tratta quindi di un indiscriminato “svuota carceri”, come alcune forze politiche demagogicamente sostengono.

 

La messa alla prova

detenuti-stranieriMa la novità principale del provvedimento in discussione è l’istituto della messa alla prova.

Scopo della misura che lo riguarda – ispirata alla probation di origine anglosassone e già prevista nella stragrande maggioranza dei paesi europei – è quello di estendere la messa alla prova, tipica del processo minorile, anche al processo penale per adulti in relazione a reati di minor gravità.

Si tratta della sospensione del processo con messa alla prova dell’imputato per i reati di criminalità “medio-piccola”, puniti cioè con una pena massima di quattro anni, oltre a quelli previsti dall’articolo 550, comma 2 del Codice di procedura penale di competenza del giudice monocratico.

L’istituto offre ai condannati per reati di minore allarme sociale un percorso di reinserimento alternativo e, nello stesso tempo, riduce il numero di procedimenti penali in quanto è previsto che l’esito positivo della messa alla prova estingua il reato con sentenza pronunciata dal giudice. Si tratta, come nel processo minorile, di un periodo di supervisione nei confronti dell’imputato che non presuppone la pronuncia di una sentenza di condanna.

Anche in questo caso si è cercato di coniugare due diverse esigenze: quelle rieducative della persona che potrebbe aver commesso un reato e quelle di sicurezza della società, perché non vi è alcuna automaticità nell’applicazione dell’istituto, ma deve essere il giudice a valutare la pericolosità del soggetto. L’applicazione dell’istituto della messa alla prova è a richiesta dell’imputato e non può essere concessa più di due volte o più di una volta se si tratta di reato della stessa indole. Inoltre si prevede che non possa essere concessa ad una serie di categorie di soggetti pericolosi: i delinquenti e contravventori abituali o per professione, i delinquenti per tendenza e gli stessi soggetti per cui sono applicabili le nuove pene detentive domiciliari.

Durante il periodo di sospensione del procedimento con messa alla prova il corso della prescrizione del reato è sospeso. L’esito positivo della prova estingue il reato, mentre una grave o reiterata trasgressione al programma o alle prescrizioni del giudice comporta la revoca della sospensione del procedimento.

In concreto il periodo di “messa alla prova” consiste nello svolgimento di un «lavoro di pubblica utilità», cioè una prestazione non retribuita, di durata non inferiore a trenta giorni, anche non continuativi, in favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso enti od organizzazioni non lucrative di utilità sociale (le Onlus). La prestazione non può superare le otto ore giornaliere.

Il provvedimento in discussione alla Camera modifica anche la disciplina dell’istituto della contumacia.

Leggi il dossier completo di deputatipd.it sulle misure alternative al carcere.

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