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Gino Gelmi: “Senza lavoro difficile potenziare le pene alternative”

Gino Gelmi: “Senza lavoro difficile potenziare le pene alternative”

“Fino a quando non si risolveranno i problemi di chi esce dal carcere e non ha nulla, e sono sempre di più, decreti e leggi rischiano di rimanere solo sulla carta.”

Sono parole di Gino Gelmi, vicepresidente di Carcere e territorio, da anni volontario in via Gleno e animatore di iniziative a favore del reinserimento dei detenuti. “Sono almeno tre gli aspetti trascurati sia dal decreto che dal disegno di legge in discussione in Parlamento” spiega Gelmi.

Innanzitutto il problema della casa e del lavoro, requisiti indispensabili per accedere alle pene alternative e quindi non finire in carcere: “Se non ci saranno adeguati interventi di sostegno sociale, le auspicate misure di alleggerimento della popolazione carceraria possono comportare due rischi: da una parte l’esclusione di una notevole quota di possibili beneficiari non per ragioni giuridiche, ma squisitamente sociali (come la mancanza di casa e lavoro), dall’altra l’acuirsi di un sistema delle pene sempre più diviso in due dove sempre più viene incarcerata la povertà – chiarisce Gelmi -. Si potrebbero utilizzare alcuni fondi della Cassa Ammende, come peraltro previsto dai fini statutari di questo organismo, per sostenere progetti di inserimento lavorativo dei soggetti sottoposti a misure alternative, attribuendo però, in forma vincolata, la gestione di tali fondi ai Comuni sedi di istituto per assicurare tempestività, efficienza e partecipazione sociale nel loro utilizzo. Inoltre si dovrebbe prevedere l’obbligo, da parte del giudice, laddove si propone la facoltà del magistrato di stabilire la detenzione domiciliare o degli arresti domiciliari in alternativa al carcere, di segnalare al Comune di residenza o domicilio del condannato / imputato la necessità di una soluzione di accoglienza alloggiativa se essa rappresenta l’unico aspetto ostativo alla concessione dell’esecuzione penale all’esterno, in modo che possa disporne non appena il Comune propone una soluzione”.

Secondo punto critico è la pianta organica: “Perché gli Uffici dell’esecuzione penale esterna, già sottodimensionati, non possono avvalersi di volontari qualificati e opportunamente formati? E perché non predisporre protocolli operativi di collaborazione con i servizi sociali comunali, che potrebbero tranquillamente svolgere parte del lavoro svolto dai funzionari del Ministero della Giustizia?”

In ultimo, conclude Gelmi, ma non per importanza, la sicurezza sociale: “Decreto e disegno di legge non hanno nulla a che vedere con l’indulto – spiega -: le pene alternative sono comunque pene, anche se diverse dal carcere. E non ci sono automatismi di accesso. È sempre un giudice a decidere. Tuttavia è bene predisporre il controllo efficiente di queste misure. La polizia penitenziaria andrebbe potenziata, prevedendone un parziale utilizzo sul territorio ad integrazione delle forze dell’ordine, sia rivedendo la distribuzione geografica dei lavoratori, sia valutando l’opportunità di eliminare alcune mansioni di carattere non propriamente del corpo (uffici vari, bar, scorte…)”.

Da L’Eco di Bergamo di venerdì 28 giugno 2013

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