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«Dopo i 18 anni la fase più delicata. Fondi per il 2013, liquidità da trovare»

Quando un minorenne finisce in comunità per un piccolo comune può essere un vero disastro economico, ma anche per una città come Bergamo, dopo anni di tagli delle risorse ai servizi sociali, spendere oltre un milione di euro l’anno (sono questi i numeri del 2012) per il mantenimento dei ragazzi non è semplice. «I tagli del biennio 2011-2012 hanno fatto esplodere il sistema», ammette Elena Carnevali, deputata del Pd e assessore ai Servizi sociali a Palazzo Frizzoni tra il 2004 e il 2009.

Le comunità cominciano a chiudere, messe in difficoltà dalla riduzione dei fondi da parte degli enti locali.

«Il tema è molto complesso e va letto all’interno di un’evoluzione dei servizi sociali. È l’esperienza stessa di chi lavora nelle comunità e dei giudici dei Tribunali dei minori a indicare le criticità. La permanenza in una comunità per un ragazzo che ci entra da piccolo può essere molto lunga, in una fase in cui non c’è un numero sufficiente di famiglie per gli affidamenti. Per questo a Bergamo la nostra amministrazione ha avviato un progetto di prevenzione che poi è stato proseguito dall’attuale giunta».

Come si può fare prevenzione?

«L’inserimento in una comunità viene deciso dal giudice come ultima ratio , è un intervento molto traumatico per i minori, soprattutto per quelli che una famiglia ce l’hanno ancora. Quindi abbiamo iniziato a lavorare sul concetto di “genitorialità diffusa”, il Comune insieme all’Asl e a realtà come la Palazzolo e Famiglia Aperta ha avviato un percorso per creare una rete di sostegno non solo ai minori ma anche alle loro famiglie».

carnevali_b1Cosa si può fare per evitare che i ragazzi finiscano in comunità?

«Soprattutto per la fascia dei preadolescenti e degli adolescenti, è necessario un accompagnamento sia ai ragazzi che alle famiglie. Si cerca di lavorare sul nucleo d’origine e contemporaneamente su una “famiglia d’appoggio”, che aiuta sia il ragazzo che i suoi genitori».

Gli operatori sociali denunciano come, con il rinvio da parte dei comuni dell’affido alle comunità per ragioni economiche, una volta tolti alle famiglie i ragazzi più grandi siano ormai difficilmente gestibili.

«Chiaramente ritardare questi interventi può rendere tutto più complicato. A maggior ragione ha senso insistere sull’attività di prevenzione. Si può comprendere che poi i ragazzi, una volta tolti alle famiglie, diano ulteriori problemi: si tratta di elaborare un vero e proprio lutto, un processo che richiede tempi e modi diversi per ciascuno. Non sempre si riesce a entrare in contatto davvero con i problemi che stanno nascosti dentro una famiglia, tanto più se la figura dell’assistente sociale viene vissuta non come una persona che dà aiuto ma come una figura in conflitto».

Nel 2011 il Fondo nazionale per le politiche sociali disponeva di 273 milioni di euro, nel 2012 è stato ridotto a 70 milioni. Come hanno inciso su questo percorso la crisi economica e il taglio dei finanziamenti per le politiche sociali?

«Sicuramente questi tagli hanno avuto un peso e non è detto che i comuni più grandi come Bergamo ne abbiano risentito meno perché, se è vero che la disponibilità economica è maggiore, in città è anche maggiore il disagio sociale, soprattutto tra i minori stranieri senza una rete familiare».

Dopo i tagli del biennio 2011-2012, quest’anno le risorse ci saranno?

«Soprattutto per merito del Pd, alla fine della scorsa legislatura il Fondo nazionale per le Politiche sociali, oltre al Fondo per la Non autosufficienza, è stato rifinanziato. Le coperture ci sono ma in questa fase c’è un problema di liquidità da reperire per garantirne l’erogazione alle Regioni e di conseguenza agli enti locali».

Tra le altre questioni riguardanti i servizi sociali, quello dei minori in comunità dovrà quindi accodarsi alle tante emergenze per le quali il Governo dovrà trovare i fondi?

«In realtà le somme necessarie sono state garantite dalla legge di stabilità e sono convinta che anche il problema di liquidità verrà superato in tempi ragionevoli. Nel frattempo c’è un progetto di legge, che anche io ho firmato, sul ruolo delle famiglie affidatarie: quanto meno si prova a creare un canale preferenziale verso l’adozione dei ragazzi da parte delle famiglie che li hanno avuti in affido. Resta però aperto un altro grande capitolo».

Quale?

«Quello dei neo maggiorenni. Compiuti i 18 anni, per molti ragazzi inizia il momento più difficile. Se sono in comunità, dal giorno successivo all’entrata nella maggiore età il comune di provenienza non paga più. Di solito le comunità continuano a ospitarli ancora per un periodo e, nei casi migliori, riescono a creare dei percorsi di inserimento professionale. Se invece il ragazzo è affidato a una famiglia, dopo i 18 anni i “genitori” affidatari non hanno più strumenti per intervenire e aiutarli: il rischio per questi ragazzi è di finire abbandonati a loro stessi».

Simone Bianco

Corriere della Sera – Bergamo, 7 maggio 2013

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