I lavori della Camera in diretta

Mozione per lo sblocco dei fondi alle imprese

La Camera,

premesso che:

il patto di stabilità interno è stato introdotto dalla legge 23 dicembre 1998, n. 448, al fine di coinvolgere gli enti territoriali nel processo di risanamento della finanza pubblicata nel contesto dei vincoli europei del patto di stabilità e crescita;

l’obbligo di partecipazione delle regioni e degli enti locali alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica ha assunto, di recente, valenza costituzionale con la nuova formulazione dell’articolo 119 della Costituzione – operata dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1 volta ad introdurre il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale – il quale, oltre a specificare che l’autonomia finanziaria degli enti territoriali (comuni, province, città metropolitane e regioni), è assicurata nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, prevede al contempo che tali enti siano tenuti a concorrere ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea;

nonostante le successive riscritture della disciplina applicativa, l’impostazione del patto di stabilità interno ha fatto progressivamente emergere con evidenza gravi inefficienze nel funzionamento delle regole di contenimento finanziario in termini di riduzione degli investimenti locali e di acclarata insostenibilità degli obiettivi che si sommano alla drastica riduzione delle risorse trasferite ai comuni;

a peggiorare la situazione, è intervenuta, a partire dal 2013, l’inclusione nel patto di stabilità dei comuni con popolazione compresa tra i 1.000 e i 5.000 abitanti;

si registra una corale e unanime dichiarazione di impossibilità da parte dei rappresentanti dei comuni rientranti nella fascia fra 1.000 e 5.000 abitanti a rispettare le nuove regole in considerazione della diversa gestione contabile;

i comuni sino a 5.000 abitanti sono impegnati in un processo storico di trasformazione istituzionale che prevede la gestione obbligatoria associata di tutte le funzioni fondamentali e pertanto, in prospettiva, sono impegnati a realizzare forme associative stabili quali l’Unione di comuni: appare, quindi, ancor più irragionevole sottoporre i singoli comuni a nuove regole che peraltro sono apertamente e con determinazione messe in discussione per i comuni sopra i 5.000 abitanti;

è, comunque, l’intero comparto a dare segnali di profonda sofferenza finanziaria: le assegnazioni statali destinate ai comuni sono diminuite negli ultimi 3 anni di 6 miliardi e 450 milioni, mentre il contributo finanziario richiesto si è progressivamente accresciuto nonostante il comparto sia in avanzo e presenti risultati positivi determinando una situazione finanziaria di assoluta insostenibilità;

il sistema dei comuni è indubbiamente il livello istituzionale più esposto sia sul versante dell’impoverimento dei nuclei familiari e delle relative richieste di sostegno ed intervento sociale, sia sul versante del sistema produttivo ed in particolare in relazione alla drastica riduzione degli investimenti pubblici e della difficoltà di effettuare i pagamenti conseguenti ad obbligazioni contrattuali assunte;

il contributo annuale fornito dai comuni in termini di risorse proprie non spendibili ammonta a 4 miliardi e 500 milioni di euro, risorse che potrebbero essere impiegate per fornire servizi ai cittadini e per realizzare gli investimenti: negli ultimi cinque anni la spesa per investimenti dei comuni è diminuita del 23 per cento e si è creato un accumulo nelle casse dei comuni di circa 13 miliardi di euro;

molti comuni, per rispettare i vincoli sempre più stringenti imposti dal patto di stabilità interno, sono costretti a non ottemperare alle obbligazioni già validamente assunte con soggetti esterni, con grave pregiudizio per l’ente, per il sistema delle imprese, per l’economia locale del territorio e per il sistema occupazionale;

la dimensione dei residui, ovvero quelli per cui il comune dispone di risorse in cassa ma che non può onorare per il rispetto del patto, ha raggiunto negli anni un ammontare molto ingente che sta destando forte attenzione poiché strettamente legata alla crisi di un settore particolarmente esposto ai ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, quello dei lavori pubblici;

gli effetti del ritardo dei pagamenti si estendono a tutta la filiera, creando i presupposti per l’insolvenza di migliaia di imprese;

la dimensione finanziaria dei ritardi di pagamento della pubblica amministrazione nel settore dei lavori pubblici ha raggiunto ormai i 19 miliardi di euro ed è in costante crescita, così come i tempi di pagamento: in media, le imprese che realizzano lavori pubblici sono pagate dopo 8 mesi e le punte di ritardo superano ampiamente i 2 anni;

a fronte di una disponibilità di fondo di cassa del comparto dei comuni di 13,2 miliardi di euro si rilevano residui passivi in conto capitale per oltre 45 miliardi di euro, di cui 12,5 miliardi avrebbero copertura attraverso il fondo di cassa;

a prescindere dalla fonte di finanziamento che alimenta il fondo di cassa, tali risorse possono essere impiegate dai comuni per effettuare il pagamento di qualunque residuo passivo in conto capitale, quindi per le opere pubbliche i cui pagamenti sono oggi bloccati dall’entità della manovra a carico del comparto e dalle regole del patto di stabilità interno;

lo sblocco dei pagamenti può generare un aumento del PIL dell’1 per cento circa, e potrebbe corrispondere alla salvaguardia di circa 200.000 unità di lavoro: tale misura comporterebbe il peggioramento del deficit per un solo anno, senza effetti negativi permanenti sulla finanza pubblica e senza alterare il livello di deficit e debito strutturali;

le misure sin qui adottate per sbloccare i pagamenti attraverso i meccanismi della certificazione sono risultati di complessa attuazione e allo stato inefficaci e necessiterebbero pertanto di correzioni;

il 18 marzo 2013, in una dichiarazione congiunta del Commissario agli affari economici e monetari e del Commissario all’industria e all’imprenditoria è stata fatta una apertura relativamente alla possibilità di estinguere i debiti commerciali, acconsentendo alla realizzazione di un piano di «smaltimento» dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese senza che i predetti pagamenti siano pienamente considerati ai fini del raggiungimento degli obiettivi del patto di stabilità interno;

è indispensabile mettere da subito in atto misure concrete e di effetto immediato e rilanciare la crescita e sostenere l’occupazione, a partire dallo sblocco dei pagamenti dovuti dalle pubbliche amministrazioni;

tali misure sono divenute ormai improcrastinabili, poiché il contesto economico, produttivo, occupazionale e sociale del nostro Paese presenta indici di costante e allarmante peggioramento che evidenziano uno stato di recessione che colpisce gravemente famiglie e sistema produttivo,

impegna il Governo:

ad adottare in via d’urgenza iniziative utili volte a:

a) consentire di utilizzare le risorse a disposizione dei comuni per procedere immediatamente al pagamento dei debiti pregressi nei confronti delle imprese, attualmente bloccati dalle regole imposte dal patto di stabilità interno;

b) applicare la regola stabile – golden rule – che comporta equilibrio di parte corrente e limite all’indebitamento, in modo da consentire una equilibrata politica di investimenti, rendendo così più flessibile il patto di stabilità interno e consentendo un allentamento sul versante della spesa per investimenti;

c) escludere l’applicazione delle regole del patto di stabilità interno per i comuni ricompresi nella fascia demografica fra i mille e i cinquemila abitanti.

(1-00003) «Speranza, Guerra, Legnini, Baretta, Bonifazi, Borghi, Boschi, De Menech, Famiglietti, Fragomeli, Lorenzo Guerini, Lotti, Magorno, Mariani, Nardella, Pastorino, Richetti, Rughetti, Giuseppe Guerini, Bobba, Carnevali, Gasparini»

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